Paradenti

di Stefano D’Andrea

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Ho giocato a basket da quando avevo 9 anni fino a oggi (ne ho 47). Dai 14 ai 30 anni diciamo una media di almeno tre volte alla settimana, tra allenamenti, partite e campetti. Poi un po’ meno. Potrei aver giocato qualche decina di migliaia di ore, così a spanne. Ho visto saltare una ventina di ginocchia, alcune decine di caviglie, quattro o cinque tendini d’achille, qualche osso e un paio di nasi. Ma non ho mai visto nessuno rompersi un dente. E’ un caso, forse. Di certo è un fatto. Io mi sono rotto tre denti, nella mia vita: una volta mentre mangiavo, una volta mentre giocavo a wrestling con mia sorella (lei faceva The Ultimate Warrior e io Jake the Snake Roberts, e quella volta ha vinto lei) e una terza volta non ricordo).

Sono tante le ragioni per le quali ritengo che l’eventuale vittoria del campionato NBA della squadra di Lebron James sarebbe una iattura per un’intera generazione di piccoli giocatori del magico sport della palla al cesto. Vi annovero il senso di mito (falso) che si creerebbe intorno a un giocatore molto forte fisicamente, dotato tecnicamente ma, come evidente ai più, accentratore, incapace di leadership, incapace di attribuirsi le responsabilità, molestatore di arbitri, troppo attento al proprio tornaconto personale e inoltre dotato di faccia da pirla. Sarebbe infatti il terzo titolo vinto dalla squadra più odiata d’America e magnetizerebbe più di quanto già faccia le attenzioni di bambini, le nuove leve, che vorrebbero essere come lui e quindi tirare da metà campo senza passare a nessuno, spostare le persone a spallate, piangere per falli non fischiati e tenere i piedi a papera. Siccome ritengo tutto ciò altamente diseducativo, i suoi successi sarebbero le nostre sconfitte (dove per nostre intendo quelle di noi amanti del giuoco della pallacanestro).

Inutile dire che San Antonio, avversario di quest’anno per la squadra di colui che si fa chiamare “Il Re” o “Il prescelto”, è invece un gruppo dove il gioco si svolge al suo meglio, capace di battere squadre eccellenti prima di arrivare qui, con molti giocatori coinvolti, dai più piccini ai più lunghi, dai meno talentuosi brasiliani ai maghi argentini, con una varietà di azioni possibili, in difesa e attacco persino superiore a quella dei passaporti dei tesserati (Belgio, Brasile, Argentina, Stati Uniti, Francia, Australia e Italia).

Ma vi è un altro punto che renderebbe la vittoria di Miami una calamità, ed è il paradenti. Sono alcuni anni che questo oggetto è diventato di uso comune in molte squadre americane. Il motivo è semplice: in questo modo si riduce la possibilità di rompersi i denti. Non sono contrario a prescindere al fatto che la gente si rompa meno i propri denti, ma è anche vero che a questo punto mi chiedo come mai non si usi anche il casco. Il dente rotto, tra l’altro, oltre a essere un infortunio piuttosto raro, è anche un infortunio poco pericoloso. Più grave invece è l’immagine di un atleta, un agonista, un competitore (il basket è uno sport di contatto, per chi non lo sapesse) con il paradenti in bocca. Non solo esteticamente ma anche moralmente. Mi si può rispondere che una vota si giocava con le All Star basse e ci si spaccava le caviglie di più che con la scarpe alte. Forse. Ma se uno degli scopi dello sport è mostrare fino a che limite si può arrivare, disegnare un’epica alla quale rivolgersi e dalla quale prendere esempio, io una squadra di gente con la paura di farsi la bua ai denti non l’accetto come esempio per tutto il mondo.

Non sto nemmeno a rimarcare il fatto che i giocatori di San Antonio non usino quell’attrezzo di gomma coperto di saliva che gonfia i volti in espressioni accettabili solo da chi sta per entrare sul ring con Mike Tyson (o da Marlon Brando nel Padrino).

Lo sport al massimo livello è la rappresentazione di una battaglia, che i piccoli osservano per imparare a crescere, per avere un modello. I protagonisti svolgono la stessa funzione che svolgevano Ulisse, Achille, Menelao e tutti gli altri eroi le cui gesta si narravano alle nuove generazioni per accendere i loro animi e renderli coraggiosi. Per trasformare i bambini in uomini adulti.

Io quando vedo Lebron James uscire dal campo e, mentre si siede in panchina, porgere il proprio paradenti a un omino con un guanto azzurro che gli tiene aperta una scatolina bianca dove il paradenti verrà riposto e rimarrà fino al suo rientro, quando l’omino gli ri-porgerà la medesima scatolina dalla quale Lebron prenderà il paradenti che metterà in bocca, bè, io quando vedo questa cosa mi viene un po’ di pena.

 

 

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Elena Galloni

di Stefano D’Andrea

C’è stato un tempo in cui dovevo accontentarmi della stampa di un disegno scaricato dal suo blog, che mi sono incorniciato e messo sul comodino: un maiale che salta con un’espressione un po’ sorpresa, nella fattispecie.

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Poi per fortuna è arrivato il momento in cui ci siamo potuti permettere di comprare un suo originale.

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Quello che tengo nelle mani e di cui vado tanto fiero si chiama:

“Buongiorno sire”
“Buongiorno sire.”

(due volte, sì, i siri sono due)

Elena Galloni è una talentuosissima illustratrice e sono felice che il mio prossimo libro sarà aiutato dai suoi personaggi e colorato dalla sua fantasia.

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Identità Milano, la mostra presso la Triennale

di Stefano D’Andrea 

Sono stato in Triennale a vedere la mostra di cui si parla nell’articolo qui sotto; vi invito a vedere la fotogallery che la documenta bene. C’è la storia di una città che cerca se stessa, la propria identità. Ho guardato con attenzione le pareti e ho visto gli stemmi, i nomi dei milanesi illustri di nascita o di adozione degli ultimi due secoli, delle immagini stilizzate di simboli dal panettone al duomo, piccole riproduzioni di dipinti come Il Cristo morto di Mantegna e alcune opere di design. Poi ho letto le risposte a un’indagine. Tutto ciò sotto il cappello del Comune e del lussuoso comitato Brand Milano. Io non vedo come questo apparato possa aiutare un milanese, di nascita o di adozione, a scoprire o riconoscere la propria nuova identità. La sala contigua, che la Korea dedica al proprio artigianato, mi è sembrata molto più familiare e vi invito molto seriamente a visitarla.

 

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/14_aprile_08/milano-cerca-un-identita-pisapia-questa-citta-vitale-1ef2a2a6-beed-11e3-9575-baed47a7b816.shtml

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Afterhours @ Alcatraz – Hai paura del buio?

 

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di Stefano D’Andrea

Che sia un concerto degli Afterhours lo capisce dall’interminabile coda di persone (me incluso) che non avevano approfittato dell’opzione Spedisci il biglietto a casa. E che Manuelone non ami i suoi fans è ennesima riprova il fatto che prima dell’inizio manda Luigi Nono a tutto spiano, con lacrime e stridor di orecchie.  Il terrore della fagiolata è negli occhi di tutti, sotto il palco, ma che sia una serata senza ospiti è chiaro subito dopo la prime parole della prima strofa di 1.9.9.6. che, grazie a Dio non è la versione radio-compatibile di Finardi. La scaletta è rassicurante e i ragazzi vestiti da “Romanzo criminale” sono in forma (sento dire a uno di fianco a me “comunque lo spagnolo è sempre il più elegante”). Manuel per guardare la tastiera della chitarra sposta la bocca dal microfono come quando la imbracciava per le prime volte. Mai un sorriso, fisico perfetto, tanti capelli. Il pubblico è felice ma non poga, d’altronde i vecchi sono vecchi e i giovani sono del genere che quando ne ho urtato uno mi ha chiesto scusa. “Una volta questa la suonavano con più entusiasmo,” sento dire alla mia destra subito dopo Dea, “ma ora c’han cinquant’anni”. E allora penso che è qui il segreto del grande gruppo rock depressivo: non invecchiano. Come si conviene alle star o si rimane ciò che si è o si muore giovani. Finita la scaletta del miglior disco italiano di sempre (di qualsiasi genere), nella pausa che prelude al ritorno degli After sul palco vestiti da bimbe per cantare Germi, vedo due coppie non di primo pelo che si abbracciano tutti quattro insieme e cantano che non c’è niente che sia per sempre, e penso che in fondo è “solo” un modo novecentesco di dire che del doman non v’è certezza. Dopo un po’ di Padania per far notare la differenza tra prima e dopo, si chiude come sempre sui tamburi. L’ultima istantanea è una dolcissima ragazza non alta e non magra, dai capelli corti e rossi, forse troppo adulta per essere ancora lì con suo padre armato di macchina fotografica, aspettare all’uscita degli artisti qualcuno a cui dare la rosa che tiene in mano.

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Grigio

Tutto grigio

Il fatto:

stamane alle 8 sento suonare il citofono: “Posta.” Guardo giù, non è il postino (di solito passa verso le 10) ma un omino che mette pubblicità.

Le questioni:

io ho il fastidio del citofono (avevo la sveglia alle 8:25)

io devo stare attento a togliere le etichette dal vetro che getto per recuperare l’ultimo grammo di carta mentre qualcuno quotidianamente ne sparge a chili non richiesta, tra l’altro siamo quattro citofoni e ci sono dentro venti volantini, è frustrante

l’omino che non è un postino è in realtà l’ultima ruota del carro, uno che di lavoro rompe le scatole alla mattina presto (e probabilmente abita in un capannone in provincia di Brescia)

chi lo commissiona è un poveraccio altrettanto, se avesse i soldi farebbe un altro tipo di promozione, più costosa e più efficace (i potenti fanno la fanno la  tv)

chi non si fida e non apre e lo capisco (c’è stato un furto anni fa e chi ci dice che non sia stato qualcuno entrato citofonando e dicendo “Posta”’) però anche è una vita d’inferno se devi guardarti sempre sempre sempre le spalle rischiando la paranoia

Insomma, anche dopo un semplice colpo di citofono, questa cazzo di vita è sempre grigia e io invidio che ha sempre un’opinione chiara e precisa, tanto quanto lo temo.

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Dopo Humans of New York, Umani a Milano

Dopo Humans of New York, Umani a Milano

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Giorno della memoria

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