Spermiogramma

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Dice che passiamo tutti le stesse fasi, quella orale, quella anale e quella genitale. Ecco questo racconto è legato alla fase genitale che è l’unica di cui ogni genitore negherà l’esistenza in maniera assoluta, perché loro ti daranno da mangiare (…), ti metteranno una quantità enorme di supposte (……), ma lì sotto, lì davanti, non esiste mai niente, né per mamma né per papà.

Questa è la storia di quando sono andato a fare uno spermiogramma.

Lo spermiogramma è un esame clinico che non sono l’unico ad aver fatto ma che per questa sera immaginiamo che in questa sala non sia accaduto a nessuno.

“Lo spermiogramma è l’analisi del liquido seminale, finalizzata a valutare la qualità degli spermatozoi, attraverso la verifica della forma, del numero e della motilità. Tale esame rappresenta lo strumento principale per la valutazione della fertilità maschile. Uno spermiogramma è necessario anche per verificare il buon esito di un intervento di vasectomia.”

L’oggetto dell’esame è lo sperma. Quando mi hanno informato del fatto che dovevo fare questo esame mi sono chiesto come potesse un ago arrivare lì dove doveva, cioè come quando entra in un’arteria per prendere il sangue o nella schiena per prendere il midollo spinale, cose così. M’immaginavo questo ago molto preciso, manovrato da un chirurgo mentre io sono in anestesia totale (o anche locale) che andasse e cercare lo sperma, come in tutte le analisi fatte per bene. Come quando ti fanno un tampone alle tonsille o un pap test. Non è stato un bel pensiero, perché m’immaginavo una cosa complicata, e in zone molto delicate. Non è stato un bel pensiero. Poi mi sono informato meglio col mio medico e mi ha detto che dovevo farmi una sega. “Ma dottore…”, gli ho detto “faccia il bravo.” Non è che capivo bene ma ok, ci sono un sacco di film americani con dentro delle scene in cui qualcuno va a donare lo sperma e si trattava sempre di commedie, quindi già un po’ ridevo. Scene con infermiere di bell’aspetto tipo i video degli Aerosmith, donne molto esperte. Battute triviali, sorrisini, umorismo e giornaletti. L’appuntamento per l’esame era dopo molte settimane quindi l’ho messo via come una cosa che succederà e come sarà sarà. A questo punto avevo tolto l’opzione ago e chirurgo ed ero entrato nella modalità American pie.

Passa il tempo e pochi giorni prima dell’esame vado a leggere le indicazioni su come prepararsi. Erano su un foglietto che mi avevano dato. Ve le leggo per completezza d’informazione.

  1. Completa astinenza dall’attività sessuale non inferiore ai tre giorni e non superiore ai cinque giorni

Beh l’astinenza è facile, anzi facilissima. Ci sono persone che la praticano per anni, anche senza dover fare nessun esame. Io per primo, tra l’altro. Poi c’era scritto “non superiore ai cinque giorni”. Ma “attività sessuale” è una cosa che si fa con un’altra persona? Dovevo capire meglio, perché in quel caso. Diciamo che avrei potuto, e sarebbe stata la prima volta nella mia vita, dire che dovevo fare sesso perché me l’aveva detto il dottore.

  1. Eiaculazione ottenuta esclusivamente per masturbazione (evitando, salvo diverse istruzioni, l’uso del profilattico o la tecnica del coito interrotto).

Ecco, al coito interrotto non avevo pensato. E poi c’era scritto “salvo diverse istruzioni”, quindi era necessario informarsi meglio. Nel mio caso forse c’era una procedura particolare che prevedeva il coito interrotto. Cioè magari si poteva fare sesso in una zona confortevole. Un’immagine poco ospedaliera, molto interessante. Camici da infermiera. Giocare al dottore. Bello.

  1. Prima della masturbazione procedere a un’adeguata igiene delle mani e del pene.

Va bene.

  1. Raccogliere l’intera emissione di liquido seminale nel barattolino sterile; dopo l’eiaculazione spremere il pene per far uscire tutto il liquido seminale dall’uretra.

Ecco, qui ho ricominciato a percepire un che di clinico. Molte parole difficili, e poi quell’immagine, quella dello spremere, che non ero sicuro di aver capito. Cioè la intuivo ma.

  1. Chiudere con premura il contenitore per evitare perdite accidentali del campione durante il trasporto e la consegna.

Ecco, anche qui, la questione della premura, del trasporto. Non so, mi rovinava l’immagine di me e un’infermiera bionda in un letto caldo con un sottofondo di Ben Harper.

L’istituto di analisi è il San Paolo, ottimo ospedale. Enorme, arrivano da tutta Italia. Devo scegliere l’ora dell’esame. Ho scelto le sei. Il posto dove si svolge l’esame è l’istituto di andrologia, un laboratorio sotterraneo, tipo il CERN. Si scende al -1 e poi ancora sotto. Praticamente un rifugio antiatomico. Mi ricordava un obitorio dove ero stato una volta per un’altra cosa. Scopro che non sono l’unico a dover fare quell’esame a quel giorno e a quell’ora. E penso alle cose organizzative. Una parte di me aveva deciso di non occuparsi minimamente della questione fino alla data prevista, con la fiducia che una volta lì avrei trovato tutto quanto mi sarebbe servito. Come quando vai a fare una gastroscopia e, se lo chiedi, ti danno del Valium perché così quando ti infilano un tubo in gola e poi giù nello stomaco tu lo accetti e sorridi, e alla fine ringrazi anche. Quindi ero fiducioso. Mi son detto che sapranno loro come si fa. Sono entrato nel sotterraneo e ho visto questo lungo corridoio con le pareti verdi, tipo scuola, sai quelle con lo smalto fino a metà così se i ragazzini appoggiano i piedi non si sporca la parete? Così. E in fondo uno sportello e una porta. Uno sportello e una porta. Fine.

Lì ho cominciato a essere in difficoltà.

C’era un esaminando prima di me e uno è arrivato dopo. I convenevoli erano fatti di piccoli sorrisi e cenni di saluto. Nessuno stringeva le mani a nessuno.

La cosa funziona così. Tu vai allo sportello (che è un buco nel muro, molto piccolo) e lì trovi una signora gentile che è contemporaneamente quella che ti fa l’accettazione e quella che analizza il tuo sperma. Siccome l’analisi va fatta molto in fretta, il buco, cioè lo sportello, si affaccia direttamente sul laboratorio e lei indossa dei guanti in lattice.

Io capisco la procedura perché quello prima di me va allo sportello, parla sottovoce e poi si dirige verso la porta, quella di fianco allo sportello. Quando vedo che il tizio prima di me entra con uno zaino mi rendo conto di essere completamente impreparato. Cerco di immaginarmi come possa fare ad avere una erezione e come procedere a una masturbazione in un sotterraneo di un ospedale. In pochi minuti il tizio esce, mentre un altro uomo arriva, mi guarda e mi chiede come funziona. Io, zitto, indico lo sportello e la porta. Io non so cosa ci sia dietro la porta. Siccome sono molto impreparato, l’ho già detto, spero ci sia un ambiente caldo, comodo e non so, un videoregistratore. Ho messo una pietra sopra sull’infermiera del video degli Aerosmith già da tempo.

E’ il mio turno. Mi avvicino allo sportello e vedo la signora in camice bianco che maneggia delle pipette, che va bè, già il nome. Continuo nel mio mutismo e dopo un po’ lei si accorge di me. Vede gente che si masturba tutti i giorni, per tutto il giorno, quindi mi sforzo di pensare che sia abituata. Inoltre provo a non sentirmi in colpa, perché in fondo devo solo fare un esame medico, cioè io stavo anche a casa a mangiarmi delle patatine. Naturalmente non ci riesco quindi tengo la testa bassa.

In quel momento ho bisogno di qualsiasi cosa tranne che di un contatto umano. E invece lei mi parla come se fossi una persona. Cioè io la capisco, ma ogni parola aumenta il mio imbarazzo. Mi chiede tutta una serie di dati e poi, cosa che non mi è mai successa in nessuno sportello, mai, mi dice: “Ah, D’Andrea… Viene da Isernia?” Io non solo non vengo da Isernia ma mio padre è di Bolzano e mia madre di Trento quindi tutto questo non fa altro che aumentare la mia confusione mentale e inizio a entrare nella fase che io chiamo LVT. Quella fase in cui per i motivi più disparati uno dice o fa cose senza capire perché. Come quando ha fumato troppe canne. La chiamo LVT dalle iniziali di Lars Von Trier. Lars Von Trier una volta, durante una conferenza stampa (forse perché era imbarazzato, forse perché era strafatto di Xanax) rispondendo a una precisa domanda ha detto che lui un po’ Hitler tutto triste nel suo bunker a Berlino, lo capiva. Ora Lars Von Trier non solo è ebreo ma è anche una persona molto intelligente e nobile, quindi mi sono immaginato che fosse in un momento un po’ così, in confusione. Uno stato che da quel momento io chiamo LVT. Ecco, in quel momento in cui avevo un barattolino in mano e una signora che mi diceva che io ero di Isernia e mi chiedeva di andar a farmi una sega, ho sperato che nessuno mi chiedesse niente sulla Seconda Guerra Mondiale.

Di fronte al mio mutismo la signora mi ha detto: “Ora lei entra in quella porta e si masturba. E mi raccomando sprema bene.”

Qui gli eventi precipitano. Dietro la porta c’è un cesso. Quella era la porta di un gabinetto. Faccio notare che è gennaio e i cessi negli ospedali non li riscaldano. Arredamento: una tazza, un lavandino e UNA SEDIA.

Mi sembra di essere un orango a cui danno un bastone per tirare giù la banana e cerco di capire come usare questi strumenti per raggiungere il mio scopo. Capisco tragicamente che non si tratta di strumenti ma solo di sanitari. Sono semplicemente io che devo farmi una sega in un cesso di un ospedale. Freddo.

Dallo stato LVT caratterizzato da mutismo e dalla scarsa presenza a se stessi, una specie di catatonia, passo a uno stato di frenesia. Sono come quello che al casello deve pagare ma non trova i soldi e quelli dietro non stanno suonando il clacson, sono lì che aspettano, ma STANNO PER SUONARE.

Divento iper-sensibile tranne che nella zona genitale dove non c’è praticamente nulla. Percepisco perfettamente le parole delle persone che sono fuori dalla porta. Parole di UOMINI che non mi aiutano certo, nella ricerca di un pensiero romantico. Vado in ansia.

Mi dico che dove non può la fantasia potrà YouPorn, poi mi ricordo di non aver mai posseduto uno smartphone (e che comunque lì sotto non c’è campo, e ciò spiega tra l’altro quell’enorme zaino del tizio di prima).

A un certo punto per sbaglio mi giro verso lo specchio sopra il lavandino e MI VEDO. Una cosa assurda.

Mi agito moltissimo e decido che dove non può il romanticismo potrà la volontà.

Dopo un tempo che non potrei quantificare esco con il barattolo in mano e la prima, e anche l’unica, cosa che dico alla signora dello sportello è che l’ho spremuto moltissimo. Poi fuggo.

A mia madre ho detto che ero andato a fare una colonscopia.

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Il mio gatto caga

Il mio gatto caga, come tutti. Tra l’altro ho scoperto che cagano anche le mosche, il che è un discreto paradosso. Io amo il mio gatto ma non posso negare che la anche sua merda puzzi di merda. Non tantissimo, in realtà, cioè non come quella di un cane o di un uomo, però puzza. Lui cerca di coprirla e lo fa con molto impegno. Non la sparpaglia in giro, la sotterra proprio bene, eppure la puzza si sente. Io provo a non fargliene una colpa perché non posso chiedergli di farla nel cesso e tirare l’acqua e mi pare che nel suo piccolo faccia davvero tutto ciò che è nelle sue possibilità per rendere la propria merda più innocua possibile. E lo ringrazio per questo. ma quando caga io penso ecco, adesso ci sarà puzza di merda. Perché torni a non esserci dovrò mettere le mie mani nella merda, il mio naso a distanza di un braccio dalla merda, prendere in mano la merda e gettarla nel cesso. Dopo di ciò dovrò aprire la finestra, non prima di aver fatto uscire il gatto che quando vede una finestra aperta cerca sempre di gettarsi di sotto. Dopo un certo tempo tutto torna come prima. Io cerco di ignorare il fatto che ciò mi faccia schifo ma c’è una parte di me che non ama la merda e il suo profumo, un’eredità atavica che collega la merda ai germi e alle malattie. Non provo amore per il mio gatto quando caga, o meglio, provo amore ma anche schifo per la puzza di merda. Io spero che capisca che non è personale.
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GRIGIO SENZA SFUMATURE

di Stefano D’Andrea

Questo romanzo è stato scritto dal 21 al 22 settembre 2014 e non ha subito alcuna rilettura e nessuna correzione. Ogni riferimento a persone o cose realmente accadute è puramente casuale.

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Capitolo 1 – Marrone

Mi chiamo Paolo Tanto e stamattina sono andato a fare una denuncia per truffa, ho cagato cesso del commissariato, e sono tornato a casa. Tutto era cominciato l’11 settembre.

Capitolo 2 – Torri Gemelle

Nel 2001 ero ricercatore nel laboratorio di un’università italiana. Non avevo alcuna intenzione di diventare un docente ma mi ero sfinito di occuparmi di bambini autistici e avevo un amico professore. Quando gli aerei sono stati dirottati e lanciati contro New York e il Pentagono era martedì e quindi c’era molta gente in istituto (in università si lavora dal martedì al giovedì). Durante la diretta televisiva alcuni erano preoccupati perché gli americani sono dei bastardi e sicuramente avrebbero fatto scoppiare una guerra. Sulle prime ho pensato ma che cazzo dice, poi l’ho perdonato perché eravamo in una facoltà scientifica. Io avevo appena imparato ad affrontare le emozioni una per volta, come i fatti, e quindi mi concentravo sulle immagini di morti e sulle misteriose persone che le avevano uccise. E poi sul fatto che volevo vedere quella città dall’alto, da sud verso nord, e adesso non potevo più. L’11 settembre 2001 ho capito che tra occidente e mondo islamico il problema era più complesso di come pensassi prima, quando avevo letto l’inizio del Corano e mi era piaciuto perché Allah era simpatico. Ora mi sembrava che ci non fosse nessun buono e nessun cattivo, o tutti buoni e tutti cattivi, con qualche differenza, più che altro di forma.

Capitolo 3 – Malattia

Quando non sei sufficientemente rassicurato e amato da bambino, rischi di diventare un sociopatico. E’ il caso di molti ed è anche il mio. Ho sempre visto pericoli ovunque e questo mi ha impedito di riconoscere quelli veri. Inoltre, cercando di essere meno stronzo possibile, ho deciso che i pregiudizi e gli stereotipi sono l’anticamera della paranoia, un disturbo con il quale flirto ma che vorrei evitare. E allora mi curo con terapie, medicine e corsi di yoga.

Capitolo 4 – Napoli

La città di Napoli è nota in Italia e nel mondo per la sua simpatica verve mista a quell’atteggiamento un po’ così, che trasuda ogni conversazione (e anche dai viaggi in taxi). Io ci sono stato due volte: la prima insieme a Davide, un caro amico (napoletano) col quale ho passeggiato e mangiato, la seconda volta con Luciano, un cliente a cui dovevo sistemare l’intranet dell’azienda, persona molto gradevole che mescolava con difficoltà propria metà partenopea a quella leccese. Con lui mi è capitato un episodio di quelli che li capisci bene forse solo quando ti accadono. Mi stava portando con la sua macchina verso una pizzeria lungomare, dove mi avrebbe offerto un pranzo gustoso mentre avremmo chiacchierato con il gestore intelligente e davvero piacevole. In una strada a senso unico incrociamo un ragazzo su un motorino che viene in senso opposto, quello sbagliato. La macchina si ferma e i due si guardano negli occhi (il ragazzo non ha il casco). Luciano accosta la macchina e lascia passare il motorino, che sfila in contromano. “A Napoli va così” mi ha detto.

Ogni volta che voglio fare il simpatico io uso la cadenza napoletana pretendendo di essere Massimo Troisi o Totò, e se mi chiedi un solo piatto da portarmi sull’isola deserta ti dico la pizza. Napoli nella mia mente è anche il sangue che si liquefa a il sindaco che se ne compiace, malavita organizzata che costruisce su un vulcano attivo che, quando tossirà, farà quel che fanno i vulcani quando esplodono, e Maradona che, siccome sa giocare a calcio, pensa che può farsi beffe delle regole degli uomini, e per quello a Napoli lo trattano come la Madonna.

Il mio amico Mauro, che fa il venditore di tubi e gira molto, dice che in tanti posti ha preso fregature ma quelle che gli rimangono più impresse sono quelle prese a Napoli perché, dice, gli hanno sempre fatto capire che non era solo una questione di soldi, ma che volevano fregare proprio lui personalmente. Sostiene che se te la godi male, la fregatura, a chi ti frega piace.

Di Napoli un amico napoletano per un quarto (il resto è veneto, greco e francese) mi ha detto: “Io la amo, Napoli, e, nonostante abiti lontano, ci vado con la famiglia ogni Primo dell’anno, e la visito la mattina, quando la città ha festeggiato e scoppiato botti. Poi nel pomeriggio riparto.”

Un altro amico mi ha raccontato, e ne abbiamo riso moltissimo, di quando dalla siepe che circondava i tavolini del bar dove era seduto, è spuntata una pistola e una voce gli ha chiesto l’orologio. Lui ha passato l’orologio alla siepe e la pistola è scomparsa. “Come fai ad arrabbiarti?” mi ha detto. E come fai, ho pensato.

Capitolo 5 – Guarigione

La mia sociopatia negli anni è molto migliorata, ora spunta solo per ricordarmi che la felicità non esiste, ma la considero una vecchia amica e i momenti di angoscia mortale che mi regala li vivo come quando a una festa di compleanno ti danno un tiramisù fatto in casa con l’uovo andato a male, che tu prendi la salmonella ma l’intenzione c’era. Napoli, come i posti di blocco dei Carabinieri, il virus dell’ebola e Roberto Formigoni, hanno continuato a tenermi in allarme anche dopo che la mia sociopatia è diminuita. Di questo mi sono sempre un po’ vergognato e ho sempre cercato di nasconderla, a volte facendo fatica perché strabordava. Puzzava di stereotipo, che è ciò che cerco di combattere ovunque lo trovi. Avevo un fidanzato salernitano, una volta. Lui sì che era arrabbiato coi napoletani, ma io lo consolavo.

Capitolo 6 – Gli stereotipi

Io vivo di stereotipi, perché mi semplificano la vita e quindi credo che i torinesi siano falsi e cortesi, i milanesi un po’ freddi e diffidenti, i trentini ruvidi e poco empatici, i romani caciaroni gioviali e via dicendo. Non sono convinzioni radicate su studi complessi e conoscenze approfondite, ma su l’esperienza personale e sul fatto che sono nato a Torino, ho vissuto a Milano per alcuni anni prima di venire a Bologna, e i miei nonni sono romani e trentini. Mi sono fatto alcune idee anche sui liguri e sui napoletani, come sui cinesi e sui toscani e non credo di essere l’unico, perché crearsi una rappresentazione mentale serve, in generale, a vivere. Sempre che si tratti di un’idea liquida, mutevole, sempre che si sia disposti a cambiarla (se necessario) di fronte a ogni singolo torinese, romano, trentino, eccetera. Eppure io gli stereotipi li vedo come la mia anima nera.

Quando i miei zii di Bolzano sono andati a Napoli erano terrorizzati. Io li ho derisi e rassicurati (sai, sono di Bolzano, per loro Trento è Africa e Verona cannibalismo). Sono stati derubati due volte nello stesso viaggio, una borsetta lasciata in macchina e scomparsa in mezzo minuto, e poi la macchina stessa, parcheggiata in strada invece che all’interno dell’hotel. L’auto era a noleggio e la borsa non conteneva altro che documenti e poche altre cose, loro lo hanno considerato un evento coerente con la destinazione e al ritorno hanno raccontato di una bella vacanza. L’anno dopo sono stati in India, hanno visto gente che moriva per strada, hanno percorso 100 km in pullman mettendoci 12 ore e sono stati circa una settimana a letto con febbre e dissenteria, ma al loro ritorno hanno raccontato di inconvenienti poco importanti e di un viaggio mistico molto interessante. Io non sono così, se in un viaggio mi rompo una gamba, mi rimane impresso, e il resto sì, è ok, ma insomma non me la godo. Si tratta chiaramente di caratteri differenti. Io non sono più sociopatico ma ammetto che, limite personale, non andrei né a Napoli né in India.

Capitolo 7 – Stile di vita

L’altro giorno mi sono reso conto di vivere al di sopra delle mie possibilità, cioè bevo la Fanta invece che la Slam. Io sono una persona capace di vivere a pasta all’olio ma se c’è il sugo sono contento. Per una serie di vicissitudini che riguardano eredità rifiutate, cattivi rapporti con l’autorità e una pressione sempre troppo bassa, faccio un lavoro che viene pagato molto poco ma che mi evita di essere quotidianamente performativo. Risparmiare quindi per me non è un esercizio di stile, ma uno stile di vita. Chi non mi prende in giro mi bacchetta, per questo, ma io cerco di resistere. Finiti gli amici a cui chiedere un letto, tipo Llewyn Davis, mi sono accasato da un’amica, con la promessa che non avremmo fatto sesso nemmeno da ubriachi (anche perché lo avevamo fatto vent’anni prima e non ci era piaciuto, perché io sono omosessuale e lei anche, ma ancora non lo sapevamo).

Capitolo 8 – L’acquisto

Lavoro mettendo a posto i computer degli altri ma mi piace avere un Mac perché mi fa sentire come Carrie di Sex and the City, quando lo uso sul letto di sera. E siccome ha le retroilluminazione della tastiera il Mac Book Air è il modello ideale. Costa troppo per le mie finanze e ormai sono mesi che monitoro il mercato dell’usato per trovarne uno che non sia troppo costoso, che non sia gibollato, che non sia troppo vecchio, che non sia troppo nuovo, che non sia perfetto ma nemmeno da buttare. Un grigio senza sfumature.

Finalmente trovo un paio di pezzi interessanti e cerco di contrattare ma non sono capace, quindi prenderò quello del primo che mi dirà che non l’ha già venduto. Mi scrive così:

Il Macbook è in perfette condizioni senza graffi o crepe.
La macchina non ha nessun problema tecnico o altro!
Fornisco lo scontrino, scatola originale, e tutti gli accessori compresi.
Prezzo 380 euro regalo anche la borsa per il transporto.
Consegna a mano a Giugliano in Campania (NA)

E io tremo perché vedo scritto NA. Poi mi pento del mio tremore involontario e gli dico ok certo, la spedizione andrà benissimo, vivo a Bologna. Lui risponde così:

Attraverso il servizio XYZ nessuno di noi può essere truffati perchè tra noi ci sono loro che si prenderanno cura di tutto.
Sono una persona seria. Quindi, per favore di essere serio!
Per la mia credibilità ho aggiunto la mia carta d’indentita.
Cordiali Saluti, Giovanni

E io tremo di nuovo, stavolta perché non sa scrivere. Poi mi pento e mi dico che se le persone ignorano certe cose come l’ortografia o l’analisi logica non è detto che siano cattive persone, e insomma piantarla di fare lo snob, checca del cazzo. Procedo al pagamento usando metà dei soldi che ho sul mio conto corrente e poi ricevo la sua mail:

Confermo tutto a posto!!
Ho appena ricevuto l’ok domani mattina spedisco grazie!!!

E tiro un sospiro di sollievo, perché se fosse stata una truffa non mi avrebbe più risposto. Sono felice, e anche la mia coinquilina (anche se sperava che usassi quei soldi per fare un regalo a lei che mi ospita gratis).

Capitolo 9 – L’attesa

Lavoro, dipingo, mi lamento con Giuliana delle difficoltà che in questo mondaccio incontrano i gay, telefono a mamma per dirle che sto bene, guardo tre film, lavoro, dormo un po’ male perché non riesco ad abituarmi ai divani, fisso il cielo fuori dalla finestra e vedo le rondini diminuire, giro in bici. Un settimana è troppo, penso, e allora riscrivo a Giuseppe Baiano per sapere se lo spedizioniere ha avuto qualche genere di problema. Una parte di me comincia a temere di essere stato troppo fiducioso, o troppo sciocco, o troppo desideroso che le realtà fosse diversa da come tutti la dipingono. Poi mi trovo a sperare che il Baiano sia in ospedale e che quello sia il motivo di tanto silenzio. Niente di grave, magari, ma quanto basta per non spedire un computer o scrivere delle mail. Dopo dieci giorni spero sia morto, non per lui, ma perché così non mi ripiomberà nell’umiliazione di chi si sente stuprato dal mondo. Cerco su Google “Giuseppe Baiano morto” ma non lo trovo.

Capitolo 10 – Forum

Essendo, come dicevo, un ex sociopatico, non ho mai fatto molte distinzioni e ho sempre avuto terrore dell’altro, da dovunque arrivasse. Anzi, il vicino è sempre stato il più insidioso nemico. Ma essendo gay non posso esimermi dall’andare a Milano a vedere il concerto di Pharrell Williams. Siamo una bella macchinata e io mi sento tranquillo. Voglio dimenticare la cosa del Mac anche perché una parte di me l’ha capito che è una cosa andata male. Il biglietto me l’ha regalato Gianni che mi vuole ancora bene nonostante tutto quel che gli ho fatto passare. Lo amo ancora, me ne rendo conto, ma lui non ama me e per questo io lo maltratto dicendogli che lo odio. Non è colpa sua se non mi ama, ma nemmeno mia. Io ci soffro come ci soffrono coloro che amano, lui ci soffre come soffrono coloro che sono brave persone e ti vogliono bene.

Pharrell è un dio, anche se ci fa aspettare fino a quasi le undici prima di cominciare. D’altronde lo capisco, ha organizzato questa data per potersi fare la settimana della Moda e non vorrà perdersi nemmeno un minuto. Durante il concerto ballo e smetto di stare male, in quel modo magico che solo la musica ascoltata insieme a degli sconosciuti riesce a dare. Io i concerti li vedo da solo anche se vengo in compagnia perché mi piace pensare che quando c’è la musica si è tutti insieme, si diventa una comunità, ci si incrocia gli sguardi tra sconosciuti e ci si capisce, non si ha paura nessuno, si è tutti dalla stessa parte, ci si batte il cinque, ci si tocca dentro mentre si balla ma nessuno si lamenta perché fa parte del gioco. E io non sono fatto quindi è piacere puro. A un certo punto Pharrell presenta il suo corpo di ballo; sono cinque ragazze bravissime che fanno una specie di mini spettacolo dentro lo spettacolo, fatto di assoli su vari ritmi. La sostanza però è far vedere quanto siano brave a muovere il culo. Lì mi fermo e guardo meglio. Ci sono anche megaschermi. Praticamente si girano verso di noi e la telecamera e si piegano in avanti facendo vedere con quale velocità riescono a far danzare le chiappe sode. E’ un gesto spettacolare e anche attraente ma ne cerco di capire il senso, anche perché Pharrell rientra e dice che di fronte a tutte queste immagini paurose che vediamo in televisione di gente decapitata e guerre dobbiamo cantare insieme la canzone “Happy”. Che cazzo vuol dire? E poi dice che questa serata è dedicata al “Feminism”. Ma in che senso, penso io, nel senso che le donne devono mettersi piegate in avanti e fare a gara per invogliare meglio gli uomini a montarle? E’ questo il femminismo di cui si parla? Non sono una donna ma questa cosa non mi piace e per un momento ripenso a tutti i video di questo negro, che mostrano donne in mutando che mostrano quanto siano disponibili a fare sesso con uomini dai calici pieni di champagne, i vestiti firmati e collane d’oro. E se avessero ragione quei quattro beduini che sgozzano gente a caso per avere una società più giusta? E se il nero non fosse solo il colore dei vestiti di Audrey Hepburn ma un modo per le donne di non essere schiave degli uomini? Mi viene da vomitare. Scappo da quella bolgia e mi trovo fuori con il mio smartphone da quattro soldi, disperato, solo come non sono mai stato solo.

Essere frodati è un po’ come essere derubati ed essere derubati è un po’ come essere stuprati ed essere stuprati è come essere uccisi, quindi io mi sento un po’ morto. Non solo, ma mi sento complice del mio assassinio e meritevole quindi di essere giudicato male. Percepisco gli sguardi delle persone attorno a me. Mi guardano e mi dicono deficiente.

Sono un morto, solo e abbandonato, nel pieno centro di una società allo sbando. E in più sono frocio.

Capitolo 11 – Sad Happy

Torno a casa facendo finta di essermi divertito tutta sera perché sono uno stronzo ma non sono così stronzo. Bacio Gianni e mi segno mentalmente che non devo farlo mai più. Milano e Bologna sono così vicine. Il mio divano è lì, la mia ospite dorme perché lei fa i turni e domenica mattina è sempre il suo. Lo chiede apposta perché il sabato sera si sente sola ma se deve andare a letto presto invece no. Prendo il telefono e cerco su Google il video della decapitazione del giornalista americano. Arrivo a metà poi capisco che è integrale e allora schiaccio stop. La mia è sempre stata una vita censurata, senza sapere chi costruisce le mie scarpe e da dove arriva il mio roast beef. Schiaccio play e guardo. Guardo tutto quello che c’è da guardare, con tutto il tempo che ci vuole. Sono talmente pietrificato che non provo emozioni. YouTube tiene memoria di quel che guardi e sono certo che nel futuro mi suggerirà altre decapitazioni, o scene di mutilazioni genitali femminili, o incidenti stradali. Mi prenderei a sberle per averlo guardato. Fino a ieri avevo cercato solo video di Pharrell per prepararmi al concerto, e di Mac Book, per vedere quel che doveva arrivarmi via DHL e, chissà, magari lunedì arriverà. Vedo un frame di un video che non avevo mai notato, una versione di Happy fatta da un Dj francese. C’è un emoticon giallo, molto semplice, che indossa un cappello in stile Pharrell e piange. Il pezzo si chiama Happy (Woodkid Sad Remix) e lui si chiama Yoann Lemoine. Lo ascolto con delle meravigliose cuffie non mie e, a dispetto della musica tutta in minore, vengo preso da un’esaltazione che non provavo dall’ultima volta in cui mi sono fatto di MDMA. Il dj ha usato la voce della canzone originale e le ha tolto tutto quell’entusiasmo drogato da circo per donarle una maestosità mai sentita, sublime. Sarà la consapevolezza che un mondo dove puoi prenderti gioco di chiunque non lo scambierei con nessun altro mondo, saranno tutti quei violini, sarà la voce di quel ragazzino che sembra sempre sincero, non lo so, ma non ho mai dormito così bene.

Capitolo 12 – La Polizia

E’ lunedì. Non arriva nulla. Su indicazione di un amico che lavora in Polizia decido che domani andrò al commissariato di via Martiri della degradazione a denunciare l’accaduto. Sono della Polizia Postale (o Polizia della Comunicazione), sono gente esperta e brava, mi dice. E’ martedì. Mi alzo e mi preparo. Mi vesto da maschio. La camicia azzurra, la giacca scura, le scarpe di cuoio, una tracolla senza fronzoli. Ho con me tutte le stampate delle mail, l’URL dell’annuncio, i pagamenti, la mail che ho mandato sempre alla stessa persona ma da un altro account chiedendo se il pezzo era ancora in vendita e ricevendo risposta che sì, lo era, sempre con quello stile lì, con quelle parole lì, da quella persona lì. Sono pronto. Non lo faccio per riavere i soldi anche se una parte di me vorrebbe sperarlo, né per avere giustizia, perché non so esattamente cosa voglia dire, giustizia è che io ho pagato e tu mi dai il Mac, ma siccome il Mac non esiste non può esistere alcuna giustizia. Lo faccio invece per due motivi: per dimostrare a me stesso che faccio parte attiva di un mondo dove commettere un reato non è consentito, e per avvertire chi di dovere che la tal persona o il tal sito o la tal organizzazione sono dei truffatori, evitando ad altri di caderci. In fondo in fondo spero anche che denunciare l’accaduto sia come una confessione dal prete. Io non credo in Dio ma avrei tanta voglia di andare da qualcuno e chiedere perdono per essere stato maltrattato.

La prima cosa che faccio quando entro nel commissariato è vedere quanta gente c’è prima di me. Nessuno. La seconda è informare la persona all’ingresso che devo sporgere denuncia per una truffa informatica. Lo faccio. Qualcuno verrà a chiamarmi. Mi siedo. Ci sono dei giornali ma non li leggo perché preferisco ascoltare l’agente che risponde al telefono. E’ molto gentile e capisco che dall’altra parte ci sono persone arrabbiate che non sanno con chi prendersela e che quindi se la prendono con lui. C’è quello che ha cinque antivirus e però i virus continua a prenderli. C’è la mamma che dice che la figlia ha cliccato sulla cosa sbagliata. C’è quello che ha comprato on line e non gli è arrivato a casa nulla. Sento una grossa fitta alla sotto l’ombelico e capisco che devo andare in bagno, poi mi chiedo: ma nei commissariati ci saranno i bagni? Inizio a sudare freddo, poi prendo coraggio e faccio la domanda a quello gentile, tra una telefonata e l’altra. Il bagno c’è ed è anche vicino. Il mio corpo non ha retto alla tensione e niente, trasformo quella turca un luogo spiacevole. Sto un po’ meglio, però. Mi metto a pulire come posso e apro la finestra. Aspetto, prima di uscire. Mentre metto il piede fuori dalla porta un ragazzo biondo in divisa mi dice se devo fare una denuncia. Ha un accento del Sud.

Mi siedo davanti a lui (vorrei inginocchiarmi e vorrei che fosse più vecchio di me, e nascosto da una grata di legno, ma fa niente) e rispondo alle sue domande. Gianni mi ha detto di ricordarmi che sono loro al mio servizio e non viceversa, ma io non me lo ricordo. Mi chiede su che sito ho trovato l’annuncio, glielo dico, lui mi dice “Mai sentito.” Mi chiede come ho pagato, glielo dico, e quello di fianco che fino ad allora non avevo notato (c’è sempre uno di fianco che non noti finché non parla) dice tra sé e sé ma ad alta voce “Io non mi fido nemmeno a fare un bonifico da una banca all’altra, figuriamoci”, e ride. Io mostro tutte le carte che ho e il ragazzo biondo mi dice che chissà dove sono veramente questi. Non mi guarda mai in faccia. Va a fare delle fotocopie e io rimango con quello che non si notava e la ragazza dalla quale sta raccogliendo una denuncia. Lei lavora in un posto dove hanno una carta di credito aziendale che usano a turno per comprare ciò gli serve. Hanno visto dei movimenti sospetti, con quella carta, e li denuncia. Non crede che sia stata clonata, perché si tratta di acquisti di giochi on line da uno, due o cinque euro. Lei crede sia qualcuno dell’azienda ma nessuno ha confessato, quindi è andata dalla Polizia. Non vogliono recuperare i soldi, dice, vogliono solo sapere chi è stato. Il biondo ritorna.

Provo a ricominciare, con un approccio più umano, una relazione. Provo a dargli la possibilità di non giudicarmi e dico, come battuta: “Forse dovrei auto denunciarmi per essere stato un po’ superficiale”. Lui non sa come reagire, forse non ha capito. Poi gli dico che è strano che dopo aver ricevuto il pagamento, e quindi aver constatato che la truffa era andata a buon fine, il Baiano mi avesse scritto:

Confermo tutto a posto!!
Ho appena ricevuto l’ok domani mattina spedisco grazie!!!

In fondo non serviva a nessuno. L’agente biondo si gira verso il collega, che aveva sentito tutto, e dice a me, ma parlando con lui, che i napoletani fanno così, gli piace l’idea che tu ci rimanga male, quando ti hanno fottuto. E’ come una specie di firma, tipo Arsenio Lupin, e ridacchia. Poi comincia a elencarmi un numero infinito di truffe on line che possono capitare. Mi dice che ho sbagliato e lì sì che mi guarda. Io lo ringrazio molto. Si assicura che io abbia capito chiaramente che non c’è alcuna speranza né di rintracciare il truffatore e tantomeno di recuperare i soldi. Io vorrei tanto rispondergli con le parole finali di Burn after reading, quella scena che fa:


Presidente Cia: Che abbiamo imparato, Palmer?
Agente Palmer: Non lo so, signore
Presidente Cia: Non lo so nemmeno io. Forse abbiamo imparato a non farlo più.
Agente Palmer: Sì, signore
Presidente Cia: Anche se non so cosa abbiamo fatto
Agente Palmer: Sì, è difficile a dirsi
Presidente Cia: Cristo, che cazzo di casino.

Ovviamente non lo faccio. Lui mi dice “Abbiamo finito” e io esco. Non ho la mia assoluzione. Non ho la mia soddisfazione. Non ho il mio sollievo. Non ho il mio Mac. Non ho i miei soldi. E il fatto che ci sia Gianni fuori ad aspettarmi non mi aiuta un cazzo.

Mi vede vestito come non mi ha mai visto e viene verso di me. Io sorrido e gli faccio cenno come di aspettare a parlare. Non potrebbe dirmi nulla di utile. Non mi ama e non può togliermi da questo mondo per regalarmene uno migliore, non può farmi smettere credere che tutti siano contro di me tanto quanto contro di lui. Ci sediamo sui tavolini del bar a pochi metri e, prima che qualcuno venga a chiederci cosa vogliamo, tiro fuori il mio telefono, gli do un auricolare e ne tengo uno io, e ascoltiamo insieme Happy (Woodkid Sad Remix), una, due, tre volte, finché non diventa quella, la colonna sonora dei nostri due universi, il mio malinconico e sublime e senza consolazione ma nel quale insisto a stare, e il suo che non so, e che non mi interessa più.

Due caffè.

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Paradenti

di Stefano D’Andrea

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Ho giocato a basket da quando avevo 9 anni fino a oggi (ne ho 47). Dai 14 ai 30 anni diciamo una media di almeno tre volte alla settimana, tra allenamenti, partite e campetti. Poi un po’ meno. Potrei aver giocato qualche decina di migliaia di ore, così a spanne. Ho visto saltare una ventina di ginocchia, alcune decine di caviglie, quattro o cinque tendini d’achille, qualche osso e un paio di nasi. Ma non ho mai visto nessuno rompersi un dente. E’ un caso, forse. Di certo è un fatto. Io mi sono rotto tre denti, nella mia vita: una volta mentre mangiavo, una volta mentre giocavo a wrestling con mia sorella (lei faceva The Ultimate Warrior e io Jake the Snake Roberts, e quella volta ha vinto lei) e una terza volta non ricordo).

Sono tante le ragioni per le quali ritengo che l’eventuale vittoria del campionato NBA della squadra di Lebron James sarebbe una iattura per un’intera generazione di piccoli giocatori del magico sport della palla al cesto. Vi annovero il senso di mito (falso) che si creerebbe intorno a un giocatore molto forte fisicamente, dotato tecnicamente ma, come evidente ai più, accentratore, incapace di leadership, incapace di attribuirsi le responsabilità, molestatore di arbitri, troppo attento al proprio tornaconto personale e inoltre dotato di faccia da pirla. Sarebbe infatti il terzo titolo vinto dalla squadra più odiata d’America e magnetizerebbe più di quanto già faccia le attenzioni di bambini, le nuove leve, che vorrebbero essere come lui e quindi tirare da metà campo senza passare a nessuno, spostare le persone a spallate, piangere per falli non fischiati e tenere i piedi a papera. Siccome ritengo tutto ciò altamente diseducativo, i suoi successi sarebbero le nostre sconfitte (dove per nostre intendo quelle di noi amanti del giuoco della pallacanestro).

Inutile dire che San Antonio, avversario di quest’anno per la squadra di colui che si fa chiamare “Il Re” o “Il prescelto”, è invece un gruppo dove il gioco si svolge al suo meglio, capace di battere squadre eccellenti prima di arrivare qui, con molti giocatori coinvolti, dai più piccini ai più lunghi, dai meno talentuosi brasiliani ai maghi argentini, con una varietà di azioni possibili, in difesa e attacco persino superiore a quella dei passaporti dei tesserati (Belgio, Brasile, Argentina, Stati Uniti, Francia, Australia e Italia).

Ma vi è un altro punto che renderebbe la vittoria di Miami una calamità, ed è il paradenti. Sono alcuni anni che questo oggetto è diventato di uso comune in molte squadre americane. Il motivo è semplice: in questo modo si riduce la possibilità di rompersi i denti. Non sono contrario a prescindere al fatto che la gente si rompa meno i propri denti, ma è anche vero che a questo punto mi chiedo come mai non si usi anche il casco. Il dente rotto, tra l’altro, oltre a essere un infortunio piuttosto raro, è anche un infortunio poco pericoloso. Più grave invece è l’immagine di un atleta, un agonista, un competitore (il basket è uno sport di contatto, per chi non lo sapesse) con il paradenti in bocca. Non solo esteticamente ma anche moralmente. Mi si può rispondere che una vota si giocava con le All Star basse e ci si spaccava le caviglie di più che con la scarpe alte. Forse. Ma se uno degli scopi dello sport è mostrare fino a che limite si può arrivare, disegnare un’epica alla quale rivolgersi e dalla quale prendere esempio, io una squadra di gente con la paura di farsi la bua ai denti non l’accetto come esempio per tutto il mondo.

Non sto nemmeno a rimarcare il fatto che i giocatori di San Antonio non usino quell’attrezzo di gomma coperto di saliva che gonfia i volti in espressioni accettabili solo da chi sta per entrare sul ring con Mike Tyson (o da Marlon Brando nel Padrino).

Lo sport al massimo livello è la rappresentazione di una battaglia, che i piccoli osservano per imparare a crescere, per avere un modello. I protagonisti svolgono la stessa funzione che svolgevano Ulisse, Achille, Menelao e tutti gli altri eroi le cui gesta si narravano alle nuove generazioni per accendere i loro animi e renderli coraggiosi. Per trasformare i bambini in uomini adulti.

Io quando vedo Lebron James uscire dal campo e, mentre si siede in panchina, porgere il proprio paradenti a un omino con un guanto azzurro che gli tiene aperta una scatolina bianca dove il paradenti verrà riposto e rimarrà fino al suo rientro, quando l’omino gli ri-porgerà la medesima scatolina dalla quale Lebron prenderà il paradenti che metterà in bocca, bè, io quando vedo questa cosa mi viene un po’ di pena.

 

 

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Elena Galloni

di Stefano D’Andrea

C’è stato un tempo in cui dovevo accontentarmi della stampa di un disegno scaricato dal suo blog, che mi sono incorniciato e messo sul comodino: un maiale che salta con un’espressione un po’ sorpresa, nella fattispecie.

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Poi per fortuna è arrivato il momento in cui ci siamo potuti permettere di comprare un suo originale.

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Quello che tengo nelle mani e di cui vado tanto fiero si chiama:

“Buongiorno sire”
“Buongiorno sire.”

(due volte, sì, i siri sono due)

Elena Galloni è una talentuosissima illustratrice e sono felice che il mio prossimo libro sarà aiutato dai suoi personaggi e colorato dalla sua fantasia.

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Identità Milano, la mostra presso la Triennale

di Stefano D’Andrea 

Sono stato in Triennale a vedere la mostra di cui si parla nell’articolo qui sotto; vi invito a vedere la fotogallery che la documenta bene. C’è la storia di una città che cerca se stessa, la propria identità. Ho guardato con attenzione le pareti e ho visto gli stemmi, i nomi dei milanesi illustri di nascita o di adozione degli ultimi due secoli, delle immagini stilizzate di simboli dal panettone al duomo, piccole riproduzioni di dipinti come Il Cristo morto di Mantegna e alcune opere di design. Poi ho letto le risposte a un’indagine. Tutto ciò sotto il cappello del Comune e del lussuoso comitato Brand Milano. Io non vedo come questo apparato possa aiutare un milanese, di nascita o di adozione, a scoprire o riconoscere la propria nuova identità. La sala contigua, che la Korea dedica al proprio artigianato, mi è sembrata molto più familiare e vi invito molto seriamente a visitarla.

 

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/14_aprile_08/milano-cerca-un-identita-pisapia-questa-citta-vitale-1ef2a2a6-beed-11e3-9575-baed47a7b816.shtml

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Afterhours @ Alcatraz – Hai paura del buio?

 

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di Stefano D’Andrea

Che sia un concerto degli Afterhours lo capisce dall’interminabile coda di persone (me incluso) che non avevano approfittato dell’opzione Spedisci il biglietto a casa. E che Manuelone non ami i suoi fans è ennesima riprova il fatto che prima dell’inizio manda Luigi Nono a tutto spiano, con lacrime e stridor di orecchie.  Il terrore della fagiolata è negli occhi di tutti, sotto il palco, ma che sia una serata senza ospiti è chiaro subito dopo la prime parole della prima strofa di 1.9.9.6. che, grazie a Dio non è la versione radio-compatibile di Finardi. La scaletta è rassicurante e i ragazzi vestiti da “Romanzo criminale” sono in forma (sento dire a uno di fianco a me “comunque lo spagnolo è sempre il più elegante”). Manuel per guardare la tastiera della chitarra sposta la bocca dal microfono come quando la imbracciava per le prime volte. Mai un sorriso, fisico perfetto, tanti capelli. Il pubblico è felice ma non poga, d’altronde i vecchi sono vecchi e i giovani sono del genere che quando ne ho urtato uno mi ha chiesto scusa. “Una volta questa la suonavano con più entusiasmo,” sento dire alla mia destra subito dopo Dea, “ma ora c’han cinquant’anni”. E allora penso che è qui il segreto del grande gruppo rock depressivo: non invecchiano. Come si conviene alle star o si rimane ciò che si è o si muore giovani. Finita la scaletta del miglior disco italiano di sempre (di qualsiasi genere), nella pausa che prelude al ritorno degli After sul palco vestiti da bimbe per cantare Germi, vedo due coppie non di primo pelo che si abbracciano tutti quattro insieme e cantano che non c’è niente che sia per sempre, e penso che in fondo è “solo” un modo novecentesco di dire che del doman non v’è certezza. Dopo un po’ di Padania per far notare la differenza tra prima e dopo, si chiude come sempre sui tamburi. L’ultima istantanea è una dolcissima ragazza non alta e non magra, dai capelli corti e rossi, forse troppo adulta per essere ancora lì con suo padre armato di macchina fotografica, aspettare all’uscita degli artisti qualcuno a cui dare la rosa che tiene in mano.

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