Coincidenze

Piazza del Duomo a Milano. Mentre il Papa parlava dal sagrato, qualcuno alla Mondadori stava per comprare un libro. Image 

 

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C’è chi lo compra su Amazon

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L’avvistamento più emozionante

La Feltrinelli di Viale Giulio Cesare, Roma.

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Primo avvistamento

Mondadori via Marghera, Milano

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Amazon

Per gli amanti di Amazon (e del mio libro), il cocktail è pronto qui.

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Metro-paese

di Stefano D’Andrea

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Non immagino un amico “cittadino” che non si chieda se non sia meglio andare a vivere in campagna per evitare polveri sottili, rumore di traffico e spese inutili. E se invece viene dalla provincia canterà le lodi dell’urbanizzazione e del cemento, felice di aver scampato quella quiete che sa di morte, in un curioso cocktail di Giacomo Leopardi  e Rosa + Olindo. Io amo sentire i merli cantare ma dormo male se non sento un’ambulanza in sottofondo, respiro volentieri l’aria di montagna ma son contento di non sentirmi marginale, periferico, abbandonato. Bisogna sempre fare delle scelte (a parte il mio amico Michele che vive tre giorni a Milano e quattro in un podere in Toscana, ma lui non conta): o fai un figlio o non lo fai, o vai al cinema o non ci vai, o compri il sapone liquido o compri il sapone solido. Nella vita non esiste lo zapping. Forse mitizzo New York, ma quando ci sono stato per la prima volta, e mi aspettavo un inferno di asfalto e metallo, orgia di fumo e rumore, mi sono sentito accolto e protetto. E l’aria sapeva di iodio, salsedine e cibo. E il cielo era blu. Ho passeggiato per le strade che credevo mi avrebbero ucciso e ho incontrato persone. Non dico che si trattasse di vita di paese, perché era meglio. E l’ho capito guardando la coppia della foto, sui gradini di casa, in piena Manhattan. È vero, non hanno alberi da frutto, ma se io avessi un terreno non saprei cosa farci. Io voglio invecchiare come loro due.  E, in qualche modo, ci riuscirò.

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170 lingue

di Stefano D’Andrea

A un amico che è stato di recente per la prima volta a New York, ho chiesto cosa lo abbia colpito di più in negativo e in positivo. Lui mi ha risposto seccamente: “Il cambio, e i colori.” Ai colori non avevo mai pensato, e ho dovuto chiedergli spiegazioni. E ho capito solo dopo, cosa intendesse perché lui non si riferiva solo alle mille luci di Times Square, o alle case di Soho e Tribeca, o ancora ai vestiti di tutte le fogge, ma aveva in mente il senso lato della parola. Il senso di varietà, la percezione di vivere un arcobaleno di immagini, di profumi, di toni di pelle, di culture, di religioni e di linguaggi. E allora ho cercato un riscontro on line. “La popolazione di New York è tra le più variegate del mondo, sia dal punto di vista culturale che etnico. Da sempre una delle mete principali degli immigrati, oggi il 36% dei suoi abitanti è nato all’estero. L’immigrazione recente vede i seguenti paesi ai primi posti: Repubblica dominicana, Cina, Giamaica, Guyana, Messico, Ecuador, Italia, Haiti, Trinidad e Tobago, Colombia e Russia; in città si contano circa 170 differenti lingue parlate. Inoltre ha la più vasta comunità afroamericana degli Stati Uniti, la più numerosa comunità ebraica al di fuori di Israele e la più numerosa comunità portoricana al di fuori di Porto Rico.” (Wikipedia). Noi parliamo l’italiano e, se siamo fortunati, qualche nostro nonno ci dice ogni tanto qualcosa in dialetto.

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