di Stefano D’Andrea
Cosa sono i partiti politici, in una democrazia moderna, se non una struttura attraverso la quale i cittadini (noi) si organizzano e propongono un candidato che guidi la nazione, per il bene di tutti? E chi è un candidato alla presidenza se non un leader naturale dalla spiccate capacità di scegliere consiglieri e interpretare i desiderata e i bisogni delle persone che rappresenta? Domande retoriche come queste sono dolorose da ascoltare, soprattutto quando si vive in una società dove le regole del gioco, sulle quali non ci soffermeremo, sono diverse. Negli Stati Uniti il finanziamento ai partiti non esiste, vale a dire che dalle tasse pagate dai cittadini non vengono prelevati denari che mantengano in vita strutture di potere. Chi ha visto un qualsiasi film su una campagna elettorale americana (ma basta Taxi Driver) sa quanto sia necessario l’impegno dei volontari nella raccolta fondi per la candidatura a qualsiasi livello di gestione della cosa pubblica. Perché è solo convincendo la gente a darti fiducia (e soldi) che tu, aspirante governatore, potrai sperare di partecipare e vincere le elezioni. Per quel che ho capito le aziende non possono fare donazioni ma hanno la libertà di organizzare Political Action Committee, fondi comuni nel quale il gestore raccoglie dei soldi e poi decide a chi donarli. Altro metodo di supporto sono i comitati 527 (nome che deriva dal numero di un capitolo del codice delle imposte americano), che devono essere indipendenti dalla campagna elettorale del candidato. E poi è arrivato Obama che nel 2008 ha inserito la raccolta fondi tramite web. La caratteristica comune di questi modi per sovvenzionare l’attività politica è che ogni dollaro è tracciabile e tutti sanno tutto. L’opinione pubblica conosce alla perfezione le fonti dei finanziamenti, ed è presumibile che ne terrà conto in sede di votazione. Conosce, sceglie, delibera. I soldi non puzzano. Quello che a volte non è pulito è il dito che li tocca, e la mente che li pensa.
