Lesinare

di Stefano D’Andrea

50a0d6f7dbc2e_big_E-IL-BUCO-NON-CE-PIU

Ho comprato un gilet di lana, nel 2013. Dopo una lunga ricerca e decine di capi acquistati negli anni senza la giusta convinzione, ho scoperto quello del colore che mi piace, del materiale adeguato e che mi calza a pennello. E’ il gilet perfetto che non avevo trovato in decine di mezze stagioni vestito troppo o troppo poco, o male, o scomodo. Ero felice, nel 2013. Dopo averlo indossato la prima volta ho cominciato ad alternarlo con i gilet passati (quelli imperfetti) per preservarlo da eventualità come uno strappo, una macchia indelebile o più semplicemente l’usura. In breve quest’abitudine è stata sostituita da quella di conservarlo nel cassetto sotto canfora. Il cassetto in questione contiene anche il mio maglione preferito, quello di cachemire blu con scollo a V che mi è stato regalato nel Natale del 2010. Indossare dei gilet brutti o scomodi non mi piace, ma mi gratifica sapere che il mio gilet preferito è al sicuro e che, in caso di bisogno, l’avrò sempre a disposizione nella sua forma migliore. Però poi spesso durante le mezze stagioni ho una sgradevole sensazione, come quando indossi il capo sbagliato, le mutande strette, i pantaloni con la vita troppo bassa o un cappello troppo caldo.

Ieri avevo mal di testa, un dolore che conosco e che mi viene quando faccio dell’attività sportiva e poi bevo del vino bianco e sono felice. E’ un dolore sgradevole che non mi spaventa ma che mi inibisce dal vivere serenamente per quasi ventiquattr’ore. So che con il Moment Act mi passa, ma il più delle volte non lo assumo. Quando lo prendo ringrazio Gesù e la Madonna e l’omino che ha inventato l’Ibuprofene perché posso vivere serenamente, e quando non lo prendo passo dei sabati sera senza sorridere ai miei amici, faccio incubi la notte e sono un po’ antipatico.

Faccio regolarmente uso di ansiolitici, come mio padre, come circa il 10% della popolazione adulta italiana (il restante mi sembra che a volte dovrebbe farlo, perché vivere male prima o poi ti fa male, cit). In alcuni giorni sono preda di un allarme indistinto e molto fastidioso, una condizione che non mi consente una vita normale, uno stato invalidante che non passa mai del tutto. In quei giorni invece di una pastiglia di Xanax potrei prendere due pastiglie di Xanax. Come quando devo affrontare un viaggio o parlare in pubblico. Anche in quei casi potrei prendere due pastiglie di Xanax. La differenza tra una o due pastiglie, per uno che prende quotidianamente ansiolitici, è piuttosto marginale dal punto di vista delle quantità totali ma significativamente incidente sull’effetto di giornata, che è molto più sopportabile. In quei giorni io spesso lesino. Così come lesino con il gilet e con il Moment. A volte mi rendo conto che la mia vita potrebbe essere migliore ma io mi impedisco che lo sia. Io questo lo chiamo lesinare e ritengo sia un’epifania del Maligno che alberga in noi uomini malati (quindi in tutti noi, più o meno).

Nessuno mi restituirà più quella giornata che ha avuto le caratteristiche della merda (il mal di testa invalidante, l’ansia etc) tanto quanto nessuna magliaia saprà tappare in maniera decente il buco che, nonostante la canfora, le tarme hanno provocato nel mio maglione di cachemire del 2010 che ho indossato tre volte in tutto, il mio maglione preferito, quello che quando lo mettevo mi sentivo meglio e migliore.

Una volta ho sentito la parabola della cicala e della formica, un’altra volta ho letto Il mercante di Venezia, poi ho visto amici comprare case e vivere di pasta all’olio senza nemmeno avere una prole a cui destinare un’eredità.

Io odio le persone stitiche, non tanto perché vadano in giro pieni di rifiuti (in effetti me li immagino sempre come in una radiografia, un bell’ammasso di cacca con il corpo intorno) ma perché secondo me non si vogliono godere una sana cagata.

Io credo che lesinare sia un gesto vile perché per non avere il coraggio di stare il meglio che si può, non c’è nessun altro motivo se non la debolezza di non saperne sopportare le conseguenze.

Io possiedo venti paia di calze. Quelle che indosso in quest’istante le ho indossate anche ieri e quindi sono un po’ appiccicaticce, meno elastiche del dovuto e vagamente fastidiose. Ne possiedo altre dodici paia, ma stamane ho rimesso queste. Ora io non sto tanto bene, e non so perché. Forse c’entra anche questo fastidio ai piedi, un caldo umido e sgradevole, un senso di inadeguatezza. Pensa se avessi su delle belle calze fresche e pulite. Sarebbe bello, sarebbe meglio. Ma non le ho messe. C’ho anche mal di testa ma vediamo, magari mi passa. Ora bevo un bicchier d’acqua. Grazie Satana, sei mio amico.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Black Block

di Stefano D’Andrea

Ho 22 anni, vivo a Castel Infingardo e sono un esperto di stencil. Oggi sono a Milano per dire a tutti che l’Expo è una cosa brutta. Lo faccio insieme ai miei nuovi amici che ho incontrato su Internet. Non sono tutti italiani perché la rete supera i confini scritti sulla carta da politici corrotti e quindi le battaglie si combattono insieme. Sono arrivato ieri sera, come ci eravamo accordati nel gruppo Whattsapp, e mi sono montato la tenda al Parco di Trenno. Era tardi ma c’era un fuoco acceso e intorno la gente suonava la chitarra e parlava. Io non so bene l’inglese quindi non capivo un cazzo, cioè avevo 8 nello scritto ma 5 in listening and comprehension, perché comunque l’inglese è una lingua semplice ma con molte difficoltà per via della pronuncia. C’era un bel clima. La mia tenda Quechua si è montata da sola e sono andato a dormire perché per arrivare ho dovuto prendere tre mezzi e sono partito alle 7:30. Stamattina sono andato al bar di via Novara a fare colazione perché io con la birra non mi sveglio, come invece fanno questi ragazzi del nord Europa. Poi ho cagato, che era la mia maggiore preoccupazione della trasferta. Quando ho ridato la chiave al barista ho guardato la sua polo Ralph Lauren e ho capito che non era uno di noi, però l’ho salutato lo stesso e l’ho ringraziato. Il bagno era molto pulito e c’era il copritazza di plastica, una rara attenzione. Rientrato nei ranghi ho marciato con i miei compagni di lotta verso piazzale Lotto che è lontanissimo però si passa di fianco a San Siro e io sono dell’Inter quindi #amala. Arrivati a Cadorna ho letto con attenzione il foglietto che ci avevano distribuito e mi sono emozionato.

no-expo

In cielo volavano le Frecce Tricolore. Strumenti di morte guidati da ipocriti assassini, ecco cosa sono le Frecce Tricolori. I miei genitori non mi capiscono quando dico così, quando esprimo liberamente tutto il mio dissenso verso una società malata e ingiusta, e combatto per un mondo più sostenibile. Verso le 12 comincio ad avere fame ma me la tengo perché Renzi sta parlando e tra poco entriamo in azione. Mi scappa anche la pipì perché ho bevuto tanto tè caldo. Non è che posso andare in bagno però, visto che siamo tutti accalcati tra due cordoni di polizia. Siamo tantissimi, almeno trecento, come gli eroi del film. C’è un ragazzo con la barba che mi sembra di averlo visto in Facoltà ma non ne sono sicuro, poi magari glielo chiedo. Ci mettiamo a camminare a manifestare il nostro dissenso. In tasca ho un martello. Volevo prendere una mazza da baseball ma non ce l’ho quindi ho preso questo dagli attrezzi in garage. E’ grosso e mio padre lo usa tutti i sabati per il bricolage, ma domani non potrà, perché ce l’ho io e non è detto che lo riporti a casa. Si può incazzare quanto vuole. Anzi ho deciso, dopo che l’avrò usato lo getterò nel fiume, il martello, come la pistola dell’assassino. Mentre camminiamo col passo pesante sotto un cielo nuvoloso che quasi piove, ma anche se piovesse non ce ne fregherebbe niente, sentiamo i poliziotti che stanno zitti e se la fanno addosso. Arrivati vicino al bar Magenta, che una volta ci ero venuto con un amico l’altra volta che ero stato a Milano, cominciamo a spaccare tutto. Io prendo a martellate il vetro di una BMW. Una di fianco a me ha un mattone che dà dentro ai finestrini di una Twingo. A me sembra esagerato. Il nostro giornalaio ha la Twingo, anche se non è verde come quella del mattone. Davanti hanno dato fuoco a due macchine, due belle macchinone grosse da ricchi. E intanto stanno spaccando una banca. Milano è piena di banche, questo non ci avevo fatto caso l’altra volta. Io allora tiro fuori il mio spray e comincio la parte bella del mio lavoro. Vandalizzo i muri riempiendoli di scritte significative. Sul sito del Corriere che ho letto un’ora fa ci mancava poco che mi citassero.

“Prima dei momenti di maggior tensione, un gruppo di antagonisti ha imbrattato le vetrine della banca Intesa Sanpaolo all’angolo tra via De Amicis e piazza Resistenza Partigiana, dove è comparsa la scritta «Più cemento più debito»”

Io non so cosa provassero durante la Resistenza ma io mi ero eccitato. Non so, forse la violenza è una parte dell’animo umano, dovremmo imparare a tenerla a bada. La mia vescica sta per esplodere e penso che in quel disastro non c’è gesto più grande che pisciare addosso a un palazzo del potere. Lo faccio. Non so bene che palazzo sia ma è molto elegante. Mentre cerco il fiume dove gettare il martello, avvolto e protetto dal fumo provocato da una bomboletta tirata da uno dei nostri, sento le sirene fortissime e sto da dio. Vorrei telefonare ai miei genitori e dirglielo, a quegli stronzi. Ma poi decido che non voglio dargli la soddisfazione. Il martello l’ho buttato per terra non so dove perché mi sono perso. Mi viene fame. Devo stare nascosto perché anche se abbiamo buttato le divise nere, le telecamere ci avevano inquadrati e, con il riconoscimento a distanza, rischiamo di brutto. Anche per quello ho lasciato il telefonino nella tenda, sperando che non me lo freghino. Mi metto tra un’auto e l’altra e attendo il buio. Poi mi muovo, proprio come avevo progettato. Non avendo il telefonino che mi fa anche da navigatore non so dove sia la metropolitana più vicina quindi entro in una pizzeria a chiedere. Mi piace l’idea che non mi riconoscano, che non sappiano che sono stato io a mettere a ferro e a fuoco la città. Loro mangiano senza pensare, come le bestie. Io c’ho una fame della madonna. Mi indicano la metro più vicina e mi offrono un ombrello perché sono bagnato fradicio, perché nel frattempo ha cominciato a piovere di brutto. Tenetevelo. Passo davanti a un McDonald’s e penso che se avessi ancora il martello spaccherei tutto però penso anche che con 1 euro prendo un panino. Ma col cazzo che gli dò la soddisfazione, e mi metto a cercare un bar dove farmi un toast. Non ne trovo perché è il Primo Maggio ed è tutto chiuso (giustamente). Tornato alla base saluto i poliziotti che erano gli stessi che avevo visto stamattina quando ero andato a cagare e che stanno ancora lì fermi. Tutti i miei compagni di lotta sono nelle loro tende. Alcuni scopano. Forse qualcuno è stato beccato. La mia Quechua ha resistito al vento ma non all’acqua, però non c’è fango se lascio le scarpe fuori. Entro e mi metto nel sacco a pelo mentre mi mangio il Twix che mi ero portato da Castello. Guardo sul mio iPhone 4s comprato usato su eBay le notizie sul Corriere e poi il nostro blog segreto. Però ho sete. Non resisto. Esco. Vedo una fontanella e penso che non ho bisogno di nessuno, mi basto, e sono fortissimo. Sono salvo. Mentre cammino con i piedi nudi nel fango, stanco dopo la battaglia, odorante fumogeno, penso chemmerda una città dove non c’è neanche un fiume dove buttare una pistola. E poi penso che domani devo andare da Brico a prendere un martello se no mio padre come fa.

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

La vita è una pizza

Originally posted on apirolio:

Quando ero più giovane, tre quattro anni fa, ascoltavo un programma di  Matteo Caccia su Radio24, un giorno gli ho chiesto l’amicizia su facebook e da lì, com’è come non è, non sono morta, ma ho incontrato Stefano D’Andrea.

Mimesi e scherzi a parte, a quel tempo Stefano, sulla sua bacheca facebook, pubblicava a puntate un racconto che per me era abbastanza surreale e divertente, scritto bene e pure originale e da allora non ho mai smesso di seguirlo, soprattutto perché Stefano per me ha un gran pregio: è un ottimo comunicatore.

Quando ho scoperto che aveva scritto e pubblicato un libro sul sogno americano [1], avrei voluto comprarlo, ma a quei tempi non potevo permettermi nemmeno un bah, perciò non se ne fece nulla; poi un giorno, fra un trasloco e un cambiamento di vita (miei) inizia a scrivere di bambini (non suoi) e di progetti nuovi, qua…

View original 306 altre parole

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Fa’ la cosa giusta

di Stefano D’Andrea

10873500_10205607675339863_5489550953093443520_o

Un amico carissimo con cui condivido l’amore per il basket la buona musica e non solo, mi dice che gli sembra che io sia un po’ troppo indulgente verso gli Stati Uniti. Io sono un ultrà di quella cultura e lui quasi (ognuno sempre a proprio modo) ma il punto è che lui crede che io, nelle mie esternazioni facebookiane non sia sufficientemente attento ai problemi americani o che gli americani creano, mentre lo sono molto riguardo ad altri mondi e altre realtà.
Chiaramente è un problema personale e non di vera influenza sulla pubblica opinione, tuttavia mi ha spinto a ripensare se ciò non accadesse davvero, prima di tutto, dentro di me. E lo ringrazio per avermi costretto a chiedermelo.
Ho tratto la conclusione che quando prendo in giro quei quattro tagliagole dell’ISIS (è un esempio, potrei parlare di Kimvattelapesca o di qualsiasi altro fanatico e ultrapotente sparpagliato per il pianeta) lo faccio perché temo davvero per chi ne può essere vittima e, se non posso fare granché, posso almeno dire il mio schifo.
In America esiste un’antica tradizione di libertà di espressione e critica sociale e una gigantesca produzione letteraria, cinematografica e artistica capace di dar voce con grande forza ai più deboli. Non solo molto di più della Corea del Nord o del Pakistan ma molto più che in Italia. Se penso ad esempio ai film sul mondo delle carceri (in Italia forse tre e in USA un numero praticamente infinito, più le serie tv) mi vergogno un po’. Ecco perché non credo che ci sia bisogno di aiutare gli americani a difendersi da loro stessi, perché gli anticorpi che hanno loro sono infinitamente più forti di quanto noi pensiamo.
Senza usare Google ma solo la mia scarsa memoria, ho cercato di farmi venire in mente qualche film che trattasse alcuni dei tanti problemi che gli Stati Uniti hanno (il potere dell’informazione, la durezza della polizia, il razzismo, la pena di morte, l’invadenza nei conflitti mondiali) e ho recuperato titoli che sono stati tra i più visti e celebrati nella storia del cinema e della cultura, visti e discussi da decine o centinaia di milioni di persone lì e nel mondo, e quindi fonte di riflessione e cambiamento sociale. A caso: Orizzonti di gloria, Quarto potere, L’uomo di Alcatraz, I ragazzi del coro, Fragole e sangue, Serpico, Dottor Stranamore, Wall street, Fa’ la cosa giusta, Apocalypse now, Dead man walking, Bowling a columbine, Argo, Gran Torino

E sapete la cosa bella qual è? Che i registi, gli autori, gli artisti che raccontano i problemi del loro paese lo fanno perché lo amano e non perché lo odiano. Lo fanno da destra e da sinistra perché hanno un obiettivo comune che è il miglioramento.
Questo, tra le tante cose, invidio a loro.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Anziani

di Stefano D’Andrea

Tina+Maze+Women+Super+G+Alpine+FIS+Ski+World+HSWrBeGiO6Vl

Premetto che sto scrivendo sotto l’effetto di due Negroni (nel senso di cocktail, 2). Perché ne ho bevuti proprio due? Tutto è cominciato verso le 17 quando, per conto di TERZI, sono andato alla riunione di un sindacato di piccoli proprietari di casa, che non sono degli gnomi benestanti, ma delle persone che hanno, oltre al proprio, uno, due o tre appartamenti che generalmente affittano per trarne profitto o in attesa che i figli si sposino e le occupino. Ho accettato perché chi me l’ha chiesto non poteva andarci ma era curioso di sapere cosa si sarebbe detto, visto che il tema era l’arrivo di Expo. Avrei preso nota, fatto una domanda specifica che mi era stato chiesto di porre, e fine. Alle 18, inizio dell’incontro, siamo già tutti lì, perché questa è Milano. E’ il sottoscala di una via in semi centro e c’è posto solo in prima fila. La stanza contiene circa venti persone. Mi siedo e mi accorgo fin da subito che l’aria ha un aroma particolare, indefinibile, mai ricreabile artificialmente: odore di vecchio. I miei nonni sapevano di vecchio e così tutti coloro che superano una certa età, indefinibile. Forse Keith Richards e Giorgio Armani non odoreranno mai di vecchio, e nemmeno mio padre, ma i vecchi sanno sempre di quella cosa lì, quella cosa misteriosa. Mi sono seduto e mi sono abituato all’odore che, dopo cinque minuti, ho smesso di percepire. Ciò avviene sempre, cioè l’abituarsi a certe sensazioni e renderle automaticamente ”la norma”, altrimenti non si spiegherebbe come mai le persone possano vivere a Mumbai o al Polo Nord. La riunione è un Bignami sull’esistenza di AIRBNB e l’associazione si propone di gestire le case dei piccoli proprietari utilizzando quel servizio e prendendo una commissione. Quindi foto, registrazione sul sito, promozione, check in, check out, pulizie e tutto il resto. Nulla che possa interessare chi mi ha mandato. Ma io rimango fino in fondo perché non si sa mai. Solo che nel frattempo vengo spinto inesorabilmente verso la tristezza e la rabbia. Provo a chiedermi per quale motivo mi capiti ciò, forse per questi avvocati, commercialisti e amministratori di condominio che stanno sfruttando questi poveri anziani, penso. Forse no. In fondo non mi pare siano brutte persone. Allora faccio attenzione alle domande e all’atteggiamento dei suddetti poveri anziani, e mi rendo conto che è proprio il loro modo di parlare che mi urta. Sto attento a quel che dicono e mi accorgo che mi irrita. Sono piuttosto ignoranti ma hanno una grande fortuna (almeno due case di proprietà in centro a Milano) e a malapena mettono insieme due pensieri. Non basta, sebbene l’ignoranza sia una colpa che di solito reputo abbastanza grave. E’ che loro sono avidi. Cioè hanno la loro casa e ci vivono. Poi hanno almeno una seconda casa (la maggior parte anche una terza e una quarta) e l’affittano. Ma non gli basta. Con l’arrivo di Expo, pur non sapendo cosa ciò significhi, e non avendo la maggior parte per propria ammissione nemmeno un indirizzo email, decidono che devono usare Internet per poter attrarre turisti stranieri e spillare loro dei soldi. E le domande sono tutte su come difendersi da quelli che vengono in “casa loro” e magari si ubriacano e rovinano i mobili. Io vorrei alzarmi e dire che siccome ne hanno abbastanza, di soldi, possono anche crepare o, in subordine, non rompere le palle con sta cosa di guadagnare qualche euro in più che, se va bene, gli servirà solo per avere una badante russa invece che moldava, al proprio capezzale quando moriranno soli nel loro letto, nei loro pannoloni e nella loro camera vuota di affetti, impegnati com’erano a tirar su due lire senza godersi le migliaia che avevano già e senza condividere nulla ma con l’intento preciso di fregare senza farsi fregare. Puzzano e non sanno parlare l’italiano ma conoscono bene la cedolare secca e tutta una serie di regole di condominio. A 47 anni non sono giovane ma credo che i vecchi (per lo meno quei vecchi) dovrebbero morire ora. Andrebbe bene anche se solo si ritirassero nel deserto senza che nessuno debba mai più pensarci. C’è stato un tempo in cui gli anziani erano una risorsa, un altro in cui erano qualcuno contro cui ribellarsi, ora sono solo una zavorra e una maledizione. E ora mi faccio il terzo Negroni.

Ciao

P:S: L’immagine ha l’unico intento di ricordare a tutti il mio amore per lo sci e il cioccolato.

Pubblicato in Uncategorized | 3 commenti

Weekend a Rho

di Stefano D’Andrea

IMG_5398

(mentre racconto questa  storia al Pinch; foto di Matteo Caccia)

Una volta ho fatto un weekend a Rho. Prima Rho era solo un nome sull’autostrada ma dopo che ci ho passato un weekend è diventato un posto da consigliare. Questo weekend l’ho fatto a settembre. Ho preso e sono andato a Rho. Che già se dici Rho un po’ di volte fa ridere.

Una volta sono andato a fare un weekend a Bereguardo, che già è strano, ma insomma c’è il Ticino, può anche avere un senso. Quindi mi piacerebbe dire che sono andato a fare un weekend a Rho perché è snob, vai in periferia e fai il figo, cose così, ma invece ci sono andato per un altro motivo.

È che verso la fine di agosto ho deciso di mettermi a dieta. L’estate è il momento in cui tutti si vedono nudi e capiscono esattamente cosa sono. Anzi a settembre è peggio perché è il momento in cui guardi le foto dell’estate.  Mia sorella mi aveva detto da mesi che dovevo fare qualcosa e mi ha consigliato questa dottoressa francese che tiene dei corsi di full immersion sulla biopsico genealogia. A settembre ho detto ok, mi iscrivo. Poi scopro che il corso dura due giorni, è residenziale e si svolge in un hotel di Rho, dalle 9 alle 18 sabato e domenica. Io non ero mai stato a Rho. Ho dovuto pensarci bene prima di dirlo, ma è proprio così.

Quel sabato mattina alle 7 sono sveglio e faccio un elenco di tutte le cose belle che ci possono essere da fare in un weekend. È lunghissimo. Quindi vado davanti allo specchio e mi guardo. Noi uomini non ci guardiamo troppo allo specchio. Negli spogliatoi dei campi di calcio o di basket non ci sono specchi. Poi penso che ho già pagato, quindi faccio un’abbondante colazione, prendo la macchina e vado a Rho.

Già andare a Rho ha un che di epico. Seguendo il Tuttocittà (perché io non possiedo uno smartphone) passo sotto ponti, svincoli e arrivo in fondo a una strada completamente deserta che da una parte hanno magazzini e dall’altra l’autostrada. Lì c’è il ridente hotel che ospiterà i poveracci dell’Expo ma che intanto offre i suoi spazi alla dottoressa francese.

Ovviamente non sono l’unico ad aver visto le proprie fotografie dell’estate. Veniamo accolti con grande gentilezza e ci viene data una spilletta con sopra scritto il nostro nome. La sala è a piano terra e ha delle enormi vetrate che si affacciano sull’area antistante l’albergo. La dottoressa francese ha due assistenti, due donne. A partecipare al seminario siamo in ventuno, io e venti donne. Venti ciccione.

Quando mi rendo conto di essere destinato a essere l’unico uomo tra ventitré donne, per due giorni, mi assalgono diverse emozioni. Da un lato penso che la cosa potrebbe avere anche dei risvolti interessanti. Dall’altro però penso che chi è qui non ha un buon rapporto col proprio corpo quindi probabilmente non è particolarmente pronto a sperimentare delle attività sessuali promiscue.  Dopo la prima ora in cui nessuno dice nulla, siamo tutti terrorizzati e parla solo la dottoressa francese che si presenta e introduce il corso, lei si volta verso di me con un misto di schifo e di ammirazione. Non sa se chiedersi se mi sono imbucato tipo Fight Club o se sono solo un uomo coraggioso. Siccome sono grasso credo pensi alla seconda ipotesi ma non sa ancora chi io sia e non mi ha inquadrato. Comunque mi indica e mi nomina, perché è chiaro che tutti l’abbiamo notato, che sono l’unico uomo ciccione presente. Appena mi alzo per salutare esplode un enorme applauso. Cioè tipo alla ragazzina che ha parlato all’Onu e ha vinto il Nobel per la Pace. La cosa bella è che io credo davvero di essermelo meritato e quindi ringrazio con quel sorrisino di chi fa il modesto ma si sente molto figo.  Questo è l’apice del weekend.

Il resto va tutto in vacca velocemente.

Il corso è pieno di buone norme e riflessioni intelligenti ma si trasforma presto ovviamente in un tragico sfogatoio, e io che ho fatto anni di psicoterapia non ne ho bisogno. Però sono una buona spalla, quindi lo prendo come un fioretto. So che uscirò più grasso di prima ma mi sentirò una persona migliore, che è l’unica cosa che conta.

Dopo la prima mattina c’è un pranzo comunitario e, mentre tutte rimangono è tutto compreso, io ovviamente scappo a mangiare un toast a Milano.  Quando le ciccione mi vedono tornare dopo che mi hanno visto andare via con la macchina scoppia un altro applauso. E io mi prendo anche quello, tutto fiero, non è chiaro bene di cosa.

Nel pomeriggio comincia la parte difficile, iniziano gli esercizi. Le persone prese una a una sono tutte dolcissime, coraggiose e ammirevoli e sono contento di averle conosciute, ma prese tutte insieme sono piuttosto ridicole.

Il primo esercizio consiste nel mettersi a trenino e massaggiare la schiena della persona che hai davanti, e poi la testa.  Dopo qualche minuto ci si deve girare a si fa lo stesso. Io mi trovo tragicamente a mio agio.

Più avanti si inizia a parlare dei motivi del nostro sovrappeso e si propone l’ipotesi che in qualche trauma legato al parto o a un abbandono o a un lutto si nasconda tutto il male. Solo che va rintracciato. Ovviamente tutti abbiamo un trauma e quindi tutti lo raccontiamo e quindi tutti piangiamo disperati. Io a dire la verità no, perché se piango ancora dopo vent’anni di psicanalisi allora faccio causa a Freud, ma chiaramente partecipo al dolore generale. E’ come assistere a un enorme vomito liberatorio.

Le donne liberate vengono spinte a ballare e cantare, è un esercizio di consapevolezza di sé e del proprio corpo. Io sono terrorizzato e sto attaccato alla parete. Ovviamente le donne liberate sono possedute come in un sabba e mi trascinano in mezzo a loro e mi fanno ballare, un po’ tipo saloon dei film western, sai quando spari nei piedi del malcapitato.

Io ballo male e loro ridono tantissimo. Forse ridono di me, non lo so più. Sono un po’ spaventato.

Ci si risiede e si inizia una specie di esperienza di trance in cui bisogna chiudere gli occhi e visualizzare una persona sovrappeso e una magra, una nella mano sinistra e una nella mano destra, e quella magra deve convincere la grassa che è meglio essere come lei. Io chiudo gli occhi e nella mia mano sinistra trovo mio nonno, grassissimo, a Roma, morto che avevo 5 anni, uno che mi diceva che ero forte perché mangiavo la pastasciutta che faceva lui e nella mano destra trovo Keith Richards a torso nudo, strafatto di cocaina, sdraiato su un trono dorato, con la chitarra tra le mani. Io tengo gli occhi chiusi e faccio come dice la dottoressa e avvicino le mani.  I due si incontrano e Keith Richards non dice niente a quel ciccione di mio nonno ma lo prende sottobraccio e se ne vanno insieme.

L’ultimo esercizio della giornata è il più difficile. Bisogna girare a caso nella stanza e, quando incontri qualcuno, devi fare un complimento sincero a un’altra persona. L’esercizio è che quella persona deve accettarlo senza sentirsi in dovere di ricambiare, ma dicendo semplicemente grazie. Io non so che dire perché non so chi cazzo siano queste persone e non riesco a inventarmi complimenti gratis. E allora va a finire che giro e mi prendo del “hai una bella barba” o “se un brava persona” e continuo a dire grazie.

A sera telefono a mia madre e le chiedo se durante il parto era successo qualcosa di strano. Lei dice che è stata la mamma migliore del mondo e lei un po’ scherza. Poi mi dice che domani mi aspetta a pranzo. Io le dico che non so se posso perché ho il biglietto di una partita a San Siro. Non dite a mia madre che quella domenica non sono andato a pranzo da lei perché avevo la seconda giornata del mio weekend in mezzo alle ciccione. Il mio weekend a Rho.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Spermiogramma

10314547_690666681041499_3810549654382069826_n

Dice che passiamo tutti le stesse fasi, quella orale, quella anale e quella genitale. Ecco questo racconto è legato alla fase genitale che è l’unica di cui ogni genitore negherà l’esistenza in maniera assoluta, perché loro ti daranno da mangiare (…), ti metteranno una quantità enorme di supposte (……), ma lì sotto, lì davanti, non esiste mai niente, né per mamma né per papà.

Questa è la storia di quando sono andato a fare uno spermiogramma.

Lo spermiogramma è un esame clinico che non sono l’unico ad aver fatto ma che per questa sera immaginiamo che in questa sala non sia accaduto a nessuno.

“Lo spermiogramma è l’analisi del liquido seminale, finalizzata a valutare la qualità degli spermatozoi, attraverso la verifica della forma, del numero e della motilità. Tale esame rappresenta lo strumento principale per la valutazione della fertilità maschile. Uno spermiogramma è necessario anche per verificare il buon esito di un intervento di vasectomia.”

L’oggetto dell’esame è lo sperma. Quando mi hanno informato del fatto che dovevo fare questo esame mi sono chiesto come potesse un ago arrivare lì dove doveva, cioè come quando entra in un’arteria per prendere il sangue o nella schiena per prendere il midollo spinale, cose così. M’immaginavo questo ago molto preciso, manovrato da un chirurgo mentre io sono in anestesia totale (o anche locale) che andasse e cercare lo sperma, come in tutte le analisi fatte per bene. Come quando ti fanno un tampone alle tonsille o un pap test. Non è stato un bel pensiero, perché m’immaginavo una cosa complicata, e in zone molto delicate. Non è stato un bel pensiero. Poi mi sono informato meglio col mio medico e mi ha detto che dovevo farmi una sega. “Ma dottore…”, gli ho detto “faccia il bravo.” Non è che capivo bene ma ok, ci sono un sacco di film americani con dentro delle scene in cui qualcuno va a donare lo sperma e si trattava sempre di commedie, quindi già un po’ ridevo. Scene con infermiere di bell’aspetto tipo i video degli Aerosmith, donne molto esperte. Battute triviali, sorrisini, umorismo e giornaletti. L’appuntamento per l’esame era dopo molte settimane quindi l’ho messo via come una cosa che succederà e come sarà sarà. A questo punto avevo tolto l’opzione ago e chirurgo ed ero entrato nella modalità American pie.

Passa il tempo e pochi giorni prima dell’esame vado a leggere le indicazioni su come prepararsi. Erano su un foglietto che mi avevano dato. Ve le leggo per completezza d’informazione.

  1. Completa astinenza dall’attività sessuale non inferiore ai tre giorni e non superiore ai cinque giorni

Beh l’astinenza è facile, anzi facilissima. Ci sono persone che la praticano per anni, anche senza dover fare nessun esame. Io per primo, tra l’altro. Poi c’era scritto “non superiore ai cinque giorni”. Ma “attività sessuale” è una cosa che si fa con un’altra persona? Dovevo capire meglio, perché in quel caso. Diciamo che avrei potuto, e sarebbe stata la prima volta nella mia vita, dire che dovevo fare sesso perché me l’aveva detto il dottore.

  1. Eiaculazione ottenuta esclusivamente per masturbazione (evitando, salvo diverse istruzioni, l’uso del profilattico o la tecnica del coito interrotto).

Ecco, al coito interrotto non avevo pensato. E poi c’era scritto “salvo diverse istruzioni”, quindi era necessario informarsi meglio. Nel mio caso forse c’era una procedura particolare che prevedeva il coito interrotto. Cioè magari si poteva fare sesso in una zona confortevole. Un’immagine poco ospedaliera, molto interessante. Camici da infermiera. Giocare al dottore. Bello.

  1. Prima della masturbazione procedere a un’adeguata igiene delle mani e del pene.

Va bene.

  1. Raccogliere l’intera emissione di liquido seminale nel barattolino sterile; dopo l’eiaculazione spremere il pene per far uscire tutto il liquido seminale dall’uretra.

Ecco, qui ho ricominciato a percepire un che di clinico. Molte parole difficili, e poi quell’immagine, quella dello spremere, che non ero sicuro di aver capito. Cioè la intuivo ma.

  1. Chiudere con premura il contenitore per evitare perdite accidentali del campione durante il trasporto e la consegna.

Ecco, anche qui, la questione della premura, del trasporto. Non so, mi rovinava l’immagine di me e un’infermiera bionda in un letto caldo con un sottofondo di Ben Harper.

L’istituto di analisi è il San Paolo, ottimo ospedale. Enorme, arrivano da tutta Italia. Devo scegliere l’ora dell’esame. Ho scelto le sei. Il posto dove si svolge l’esame è l’istituto di andrologia, un laboratorio sotterraneo, tipo il CERN. Si scende al -1 e poi ancora sotto. Praticamente un rifugio antiatomico. Mi ricordava un obitorio dove ero stato una volta per un’altra cosa. Scopro che non sono l’unico a dover fare quell’esame a quel giorno e a quell’ora. E penso alle cose organizzative. Una parte di me aveva deciso di non occuparsi minimamente della questione fino alla data prevista, con la fiducia che una volta lì avrei trovato tutto quanto mi sarebbe servito. Come quando vai a fare una gastroscopia e, se lo chiedi, ti danno del Valium perché così quando ti infilano un tubo in gola e poi giù nello stomaco tu lo accetti e sorridi, e alla fine ringrazi anche. Quindi ero fiducioso. Mi son detto che sapranno loro come si fa. Sono entrato nel sotterraneo e ho visto questo lungo corridoio con le pareti verdi, tipo scuola, sai quelle con lo smalto fino a metà così se i ragazzini appoggiano i piedi non si sporca la parete? Così. E in fondo uno sportello e una porta. Uno sportello e una porta. Fine.

Lì ho cominciato a essere in difficoltà.

C’era un esaminando prima di me e uno è arrivato dopo. I convenevoli erano fatti di piccoli sorrisi e cenni di saluto. Nessuno stringeva le mani a nessuno.

La cosa funziona così. Tu vai allo sportello (che è un buco nel muro, molto piccolo) e lì trovi una signora gentile che è contemporaneamente quella che ti fa l’accettazione e quella che analizza il tuo sperma. Siccome l’analisi va fatta molto in fretta, il buco, cioè lo sportello, si affaccia direttamente sul laboratorio e lei indossa dei guanti in lattice.

Io capisco la procedura perché quello prima di me va allo sportello, parla sottovoce e poi si dirige verso la porta, quella di fianco allo sportello. Quando vedo che il tizio prima di me entra con uno zaino mi rendo conto di essere completamente impreparato. Cerco di immaginarmi come possa fare ad avere una erezione e come procedere a una masturbazione in un sotterraneo di un ospedale. In pochi minuti il tizio esce, mentre un altro uomo arriva, mi guarda e mi chiede come funziona. Io, zitto, indico lo sportello e la porta. Io non so cosa ci sia dietro la porta. Siccome sono molto impreparato, l’ho già detto, spero ci sia un ambiente caldo, comodo e non so, un videoregistratore. Ho messo una pietra sopra sull’infermiera del video degli Aerosmith già da tempo.

E’ il mio turno. Mi avvicino allo sportello e vedo la signora in camice bianco che maneggia delle pipette, che va bè, già il nome. Continuo nel mio mutismo e dopo un po’ lei si accorge di me. Vede gente che si masturba tutti i giorni, per tutto il giorno, quindi mi sforzo di pensare che sia abituata. Inoltre provo a non sentirmi in colpa, perché in fondo devo solo fare un esame medico, cioè io stavo anche a casa a mangiarmi delle patatine. Naturalmente non ci riesco quindi tengo la testa bassa.

In quel momento ho bisogno di qualsiasi cosa tranne che di un contatto umano. E invece lei mi parla come se fossi una persona. Cioè io la capisco, ma ogni parola aumenta il mio imbarazzo. Mi chiede tutta una serie di dati e poi, cosa che non mi è mai successa in nessuno sportello, mai, mi dice: “Ah, D’Andrea… Viene da Isernia?” Io non solo non vengo da Isernia ma mio padre è di Bolzano e mia madre di Trento quindi tutto questo non fa altro che aumentare la mia confusione mentale e inizio a entrare nella fase che io chiamo LVT. Quella fase in cui per i motivi più disparati uno dice o fa cose senza capire perché. Come quando ha fumato troppe canne. La chiamo LVT dalle iniziali di Lars Von Trier. Lars Von Trier una volta, durante una conferenza stampa (forse perché era imbarazzato, forse perché era strafatto di Xanax) rispondendo a una precisa domanda ha detto che lui un po’ Hitler tutto triste nel suo bunker a Berlino, lo capiva. Ora Lars Von Trier non solo è ebreo ma è anche una persona molto intelligente e nobile, quindi mi sono immaginato che fosse in un momento un po’ così, in confusione. Uno stato che da quel momento io chiamo LVT. Ecco, in quel momento in cui avevo un barattolino in mano e una signora che mi diceva che io ero di Isernia e mi chiedeva di andar a farmi una sega, ho sperato che nessuno mi chiedesse niente sulla Seconda Guerra Mondiale.

Di fronte al mio mutismo la signora mi ha detto: “Ora lei entra in quella porta e si masturba. E mi raccomando sprema bene.”

Qui gli eventi precipitano. Dietro la porta c’è un cesso. Quella era la porta di un gabinetto. Faccio notare che è gennaio e i cessi negli ospedali non li riscaldano. Arredamento: una tazza, un lavandino e UNA SEDIA.

Mi sembra di essere un orango a cui danno un bastone per tirare giù la banana e cerco di capire come usare questi strumenti per raggiungere il mio scopo. Capisco tragicamente che non si tratta di strumenti ma solo di sanitari. Sono semplicemente io che devo farmi una sega in un cesso di un ospedale. Freddo.

Dallo stato LVT caratterizzato da mutismo e dalla scarsa presenza a se stessi, una specie di catatonia, passo a uno stato di frenesia. Sono come quello che al casello deve pagare ma non trova i soldi e quelli dietro non stanno suonando il clacson, sono lì che aspettano, ma STANNO PER SUONARE.

Divento iper-sensibile tranne che nella zona genitale dove non c’è praticamente nulla. Percepisco perfettamente le parole delle persone che sono fuori dalla porta. Parole di UOMINI che non mi aiutano certo, nella ricerca di un pensiero romantico. Vado in ansia.

Mi dico che dove non può la fantasia potrà YouPorn, poi mi ricordo di non aver mai posseduto uno smartphone (e che comunque lì sotto non c’è campo, e ciò spiega tra l’altro quell’enorme zaino del tizio di prima).

A un certo punto per sbaglio mi giro verso lo specchio sopra il lavandino e MI VEDO. Una cosa assurda.

Mi agito moltissimo e decido che dove non può il romanticismo potrà la volontà.

Dopo un tempo che non potrei quantificare esco con il barattolo in mano e la prima, e anche l’unica, cosa che dico alla signora dello sportello è che l’ho spremuto moltissimo. Poi fuggo.

A mia madre ho detto che ero andato a fare una colonscopia.

Pubblicato in Uncategorized | 6 commenti