Tratto Pen

di Stefano D’Andrea

Per una serie di motivi non interessanti, due anni fa sono entrato in possesso di cinquanta Tratto Pen grigi dalla punta nera. Mi sono sentito subito bravo e fortunato. Percepivo un senso di serenità come se avessi riempito la cambusa prima del viaggio verso le Indie. Tengo i Tratto Pen in una tazza panciuta, sul tavolo, e ogni tanto, quando cerco qualcosa su cui posare gli occhi per riprendere fiato, li osservo.
Un mese fa ho acquistato un pennarello grigio con una forma differente da quella del Tratto Pen. E’ più smilzo e dalla sezione più spigolosa. Anche la sua punta è più sottile. L’ho comprato perché costava venti centesimi e mi piaceva. Da quando lo possiedo ricordo le volte in cui l’ho utilizzato, tre. Ho preso nota di alcune idee in una riunione, ho segnato un nome che non volevo dimenticare sul retro di una ricetta medica, ho scritto un biglietto di auguri. Quel pennarello mi ha dato un certo piacere. Non uso tanto i pennarelli, di solito, perché uso anche matite e penne, e poi il computer e il telefono.
Questa mattina sono andato a prendere la tazza panciuta sul tavolo e mi sono messo a contare i Tratto Pen. Uno, due, tre, quarantasette. Negli ultimi due anni, quindi, ho utilizzato due Tratto Pen e mezzo (uno lo tengo sempre nella borsa). Sulle prime ero soddisfatto poi ho pensato che prima di potermi permettere moralmente di prendere e usare un altro tipo di pennarello avrei dovuto finire questi, a meno di eventi particolari tipo organizzare un concorso in casa mia in cui i premi sono dei Tratto Pen grigi dalla punta nera. A naso ho capito che quei Tratto Pen non solo non mi avrebbero permesso di usare un altro tipo di pennarello, per il resto della mia vita ma, soprattutto, alcuni di loro mi sarebbero sopravvissuti. Non sono un esperto di inchiostro e non mi interessa, quello che era chiaro è che, stando seduto al tavolo, ho visto davanti ai miei occhi la mia morte e il mondo che va avanti dopo di me. So bene che succederà, come so bene che anche quell’armadio, quella poltrona e l’intera casa, sono oggetti che esisteranno dopo che io sarò diventato cenere, ma ciò fa parte del procedere naturale (e intollerabile) delle cose. Ma quei Tratto Pen non sono un caso. Loro sono lì a scandire in anticipo il tempo della mia esistenza e, inoltre, so che almeno una decina di loro saranno ancora lì dopo di me. Potrei perfino decidere io quali. Per un attimo ho pensato che ciò poteva essere un bel pensiero e invece no. Essi erano la misura del tempo che manca alla mia morte, quindi erano essi stessi la forma della mia fine. Ho tirato fuori il mio pennarello smilzo e ho scritto questo pensiero su un foglio. Poi ho preso i pennarelli e li ho messi nella pattumiera, come si gettano fiori e oggetti preziosi nei falò propiziatori. Quindi ho lavato la tazza panciuta, l’ho riempita di succo d’arancia e mi sono dissetato.

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Fato

Oggi tra una balla e l’altra ho passato in auto, in giro per Milano, circa 35 minuti in tutto. Non tanto.
Stamattina ho visto una ragazza sorridente in bicicletta e con le cuffie, prendere un rosso in uno di quegli incroci piccoli che vai abbastanza piano ma se ti piglia una macchina che va abbastanza piano anche lei, se sei in bici muori. La macchina col verde l’ha vista all’ultimo e ha inchiodato. L’omino è sceso e ha ha detto parole ad alta voce alla ragazza che ha sorriso ed è andata via. Io ho pensato poco e quel poco era inutile, tipo che quell’omino era nervosetto.
Oggi pomeriggio ho visto un motorino guidato da un ragazzo con la camicia appiccicata alla pelle prendere un incrocio un po’ come se fosse un pedone, abbastanza piano ma in un modo, come faccio a spiegarlo, in modo che se una macchina faceva una normale svolta a destra lo prendeva in fronte perché non poteva vederlo. La macchina non si sarebbe fatta molto, lui non lo so.
Rientrando stasera percorrevo a circa 40 all’ora una strada dritta, a una corsia, il semaforo era laggiù in fondo. A un certo punto una macchina con i finestrini abbassati e con dentro una donna stanca e un bambino legato correttamente sul sedile posteriore mi è passata davanti noncurante del cartello di precedenza. Io ho frenato molto forte e mi sono cadute per terra tutte le albicocche che tenevo nel sacchetto sul sedile del passeggero. Lei mi ha guardato come per scusarsi e poi è andata. Io ho fatto una faccia tipo sì però stai attenta, e sono ripartito.
Un mio amico una volta è stato coinvolto in un incidente stradale. Non è l’unico ma lui mi è rimasto impresso perché nel suo incidente una persona è morta. L’incidente è accaduto per responsabilità della persona morta che, su una strada di campagna, ha azzardato un sorpasso. Il mio amico era tra gli alberi a destra e l’auto di fronte e non ha forse nemmeno potuto decidere cosa fare. Tra airbag e cinture si è solo rotto le gambe mentre l’altro è volato via ed è morto. Il mio amico dice che non c’è giorno in cui non ricordi in qualche modo il fatto che ha ucciso una persona. Non lo ha fatto volontariamente, lo sa bene anche lui, ma soffre talmente tanto che se tornasse indietro ora sceglierebbe di andare dritto contro un albero. Me l’ha detto. Il mio amico quando sorride sembra che non sorrida.
Io non so se la stanchezza, o la felicità o la voglia di fare, facciano agire le persone in maniera meno attenta. Non lo so. Io non credo che quando succede un incidente ci sia sempre una persona cattiva coinvolta, e che sia quella che non muore. Io non credo che chi vive si dia pace. Forse l’omino stamattina aveva ragione ad arrabbiarsi tanto, perché non meritava di rischiare di passare una vita d’inferno per colpa di una ragazza felice ma disinteressata alla vita propria e altrui. Io credo che a volte le cose capitano anche se non te le cerchi, e credo anche che finché c’è questo caldo io in macchina non ci vado. Che venga a prendermi a casa, il Fato. Se mi trova, merita di avermi.

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“E’ il personaggio che me lo chiede”

  • Non mi pubblicano il romanzo perché c’è una bestemmia
  • Di che tipo?
  • In che senso di che tipo
  • Che bestemmia
  • La classica bestemmia maschile
  • E ti hanno detto che è per quello?
  • No ma sono sicuro che sia così. Però Charles Bukowski ce le metteva.
  • Tu non sei Charles Bukowski
  • Ma che argomento è? Neppure lui era Charles Bukowski prima di diventarlo.
  • Ti ha colpito questa cosa, vedo.
  • Ma certo, perché lui sì e io no?
  • Beh, lui era Bukowski, lui poteva permetterselo.
  • Grazie per stare dalla mia parte
  • Cerco di essere obiettivo. Hai provato a toglierla?
  • Non potrei, è il personaggio che me lo chiede
  • Il personaggio lo scrivi tu
  • Si vede che non sei un creativo
  • Ok hai provato a mettere una bestemmia femminile? Magari passa
  • Non potrei, lui ha una relazione complicata con la figura del padre
  • Quindi?
  • Quindi bestemmia maschile
  • Hai provato a sostituirla con la parola che indica l’organo genitale maschile? Potrebbe avere la medesima forza
  • Sì ci ho provato ma niente, non funziona
  • E’ una bestemmia cinofila e suina?
  • Suina, ti ho detto la classica
  • Ognuno ha le sue. E hai provato con la cinofila? Forse è più rassicurante. Gli animali da compagnia sono simpatici a tutti, in fondo
  • Sì ci avevo pensato ma in quel momento ci vuole quella suina, è più icastica
  • Icastica
  • Eh sì dai, tra l’altro è una scena bellissima, lui scopre che il suo amico l’ha tradito
  • Dev’essere dura, adesso
  • Che bastardi
  • Già. Quindi che fai?
  • Niente
  • Giusto, se no gliela dai vinta
  • Già
  • Esatto
  • Bè, allora ciao, io vado
  • Ciao
  • Però mi spiace
  • Grazie
  • Magari cambiano idea
  • Già Potrei dirgli che anche Céline ci metteva le bestemmie, magari non lo sanno
  • Devo proprio andare
  • Sì certo
  • Ciao
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Lesinare

di Stefano D’Andrea

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Ho comprato un gilet di lana, nel 2013. Dopo una lunga ricerca e decine di capi acquistati negli anni senza la giusta convinzione, ho scoperto quello del colore che mi piace, del materiale adeguato e che mi calza a pennello. E’ il gilet perfetto che non avevo trovato in decine di mezze stagioni vestito troppo o troppo poco, o male, o scomodo. Ero felice, nel 2013. Dopo averlo indossato la prima volta ho cominciato ad alternarlo con i gilet passati (quelli imperfetti) per preservarlo da eventualità come uno strappo, una macchia indelebile o più semplicemente l’usura. In breve quest’abitudine è stata sostituita da quella di conservarlo nel cassetto sotto canfora. Il cassetto in questione contiene anche il mio maglione preferito, quello di cachemire blu con scollo a V che mi è stato regalato nel Natale del 2010. Indossare dei gilet brutti o scomodi non mi piace, ma mi gratifica sapere che il mio gilet preferito è al sicuro e che, in caso di bisogno, l’avrò sempre a disposizione nella sua forma migliore. Però poi spesso durante le mezze stagioni ho una sgradevole sensazione, come quando indossi il capo sbagliato, le mutande strette, i pantaloni con la vita troppo bassa o un cappello troppo caldo.

Ieri avevo mal di testa, un dolore che conosco e che mi viene quando faccio dell’attività sportiva e poi bevo del vino bianco e sono felice. E’ un dolore sgradevole che non mi spaventa ma che mi inibisce dal vivere serenamente per quasi ventiquattr’ore. So che con il Moment Act mi passa, ma il più delle volte non lo assumo. Quando lo prendo ringrazio Gesù e la Madonna e l’omino che ha inventato l’Ibuprofene perché posso vivere serenamente, e quando non lo prendo passo dei sabati sera senza sorridere ai miei amici, faccio incubi la notte e sono un po’ antipatico.

Faccio regolarmente uso di ansiolitici, come mio padre, come circa il 10% della popolazione adulta italiana (il restante mi sembra che a volte dovrebbe farlo, perché vivere male prima o poi ti fa male, cit). In alcuni giorni sono preda di un allarme indistinto e molto fastidioso, una condizione che non mi consente una vita normale, uno stato invalidante che non passa mai del tutto. In quei giorni invece di una pastiglia di Xanax potrei prendere due pastiglie di Xanax. Come quando devo affrontare un viaggio o parlare in pubblico. Anche in quei casi potrei prendere due pastiglie di Xanax. La differenza tra una o due pastiglie, per uno che prende quotidianamente ansiolitici, è piuttosto marginale dal punto di vista delle quantità totali ma significativamente incidente sull’effetto di giornata, che è molto più sopportabile. In quei giorni io spesso lesino. Così come lesino con il gilet e con il Moment. A volte mi rendo conto che la mia vita potrebbe essere migliore ma io mi impedisco che lo sia. Io questo lo chiamo lesinare e ritengo sia un’epifania del Maligno che alberga in noi uomini malati (quindi in tutti noi, più o meno).

Nessuno mi restituirà più quella giornata che ha avuto le caratteristiche della merda (il mal di testa invalidante, l’ansia etc) tanto quanto nessuna magliaia saprà tappare in maniera decente il buco che, nonostante la canfora, le tarme hanno provocato nel mio maglione di cachemire del 2010 che ho indossato tre volte in tutto, il mio maglione preferito, quello che quando lo mettevo mi sentivo meglio e migliore.

Una volta ho sentito la parabola della cicala e della formica, un’altra volta ho letto Il mercante di Venezia, poi ho visto amici comprare case e vivere di pasta all’olio senza nemmeno avere una prole a cui destinare un’eredità.

Io odio le persone stitiche, non tanto perché vadano in giro pieni di rifiuti (in effetti me li immagino sempre come in una radiografia, un bell’ammasso di cacca con il corpo intorno) ma perché secondo me non si vogliono godere una sana cagata.

Io credo che lesinare sia un gesto vile perché per non avere il coraggio di stare il meglio che si può, non c’è nessun altro motivo se non la debolezza di non saperne sopportare le conseguenze.

Io possiedo venti paia di calze. Quelle che indosso in quest’istante le ho indossate anche ieri e quindi sono un po’ appiccicaticce, meno elastiche del dovuto e vagamente fastidiose. Ne possiedo altre dodici paia, ma stamane ho rimesso queste. Ora io non sto tanto bene, e non so perché. Forse c’entra anche questo fastidio ai piedi, un caldo umido e sgradevole, un senso di inadeguatezza. Pensa se avessi su delle belle calze fresche e pulite. Sarebbe bello, sarebbe meglio. Ma non le ho messe. C’ho anche mal di testa ma vediamo, magari mi passa. Ora bevo un bicchier d’acqua. Grazie Satana, sei mio amico.

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Black Block

di Stefano D’Andrea

Ho 22 anni, vivo a Castel Infingardo e sono un esperto di stencil. Oggi sono a Milano per dire a tutti che l’Expo è una cosa brutta. Lo faccio insieme ai miei nuovi amici che ho incontrato su Internet. Non sono tutti italiani perché la rete supera i confini scritti sulla carta da politici corrotti e quindi le battaglie si combattono insieme. Sono arrivato ieri sera, come ci eravamo accordati nel gruppo Whattsapp, e mi sono montato la tenda al Parco di Trenno. Era tardi ma c’era un fuoco acceso e intorno la gente suonava la chitarra e parlava. Io non so bene l’inglese quindi non capivo un cazzo, cioè avevo 8 nello scritto ma 5 in listening and comprehension, perché comunque l’inglese è una lingua semplice ma con molte difficoltà per via della pronuncia. C’era un bel clima. La mia tenda Quechua si è montata da sola e sono andato a dormire perché per arrivare ho dovuto prendere tre mezzi e sono partito alle 7:30. Stamattina sono andato al bar di via Novara a fare colazione perché io con la birra non mi sveglio, come invece fanno questi ragazzi del nord Europa. Poi ho cagato, che era la mia maggiore preoccupazione della trasferta. Quando ho ridato la chiave al barista ho guardato la sua polo Ralph Lauren e ho capito che non era uno di noi, però l’ho salutato lo stesso e l’ho ringraziato. Il bagno era molto pulito e c’era il copritazza di plastica, una rara attenzione. Rientrato nei ranghi ho marciato con i miei compagni di lotta verso piazzale Lotto che è lontanissimo però si passa di fianco a San Siro e io sono dell’Inter quindi #amala. Arrivati a Cadorna ho letto con attenzione il foglietto che ci avevano distribuito e mi sono emozionato.

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In cielo volavano le Frecce Tricolore. Strumenti di morte guidati da ipocriti assassini, ecco cosa sono le Frecce Tricolori. I miei genitori non mi capiscono quando dico così, quando esprimo liberamente tutto il mio dissenso verso una società malata e ingiusta, e combatto per un mondo più sostenibile. Verso le 12 comincio ad avere fame ma me la tengo perché Renzi sta parlando e tra poco entriamo in azione. Mi scappa anche la pipì perché ho bevuto tanto tè caldo. Non è che posso andare in bagno però, visto che siamo tutti accalcati tra due cordoni di polizia. Siamo tantissimi, almeno trecento, come gli eroi del film. C’è un ragazzo con la barba che mi sembra di averlo visto in Facoltà ma non ne sono sicuro, poi magari glielo chiedo. Ci mettiamo a camminare a manifestare il nostro dissenso. In tasca ho un martello. Volevo prendere una mazza da baseball ma non ce l’ho quindi ho preso questo dagli attrezzi in garage. E’ grosso e mio padre lo usa tutti i sabati per il bricolage, ma domani non potrà, perché ce l’ho io e non è detto che lo riporti a casa. Si può incazzare quanto vuole. Anzi ho deciso, dopo che l’avrò usato lo getterò nel fiume, il martello, come la pistola dell’assassino. Mentre camminiamo col passo pesante sotto un cielo nuvoloso che quasi piove, ma anche se piovesse non ce ne fregherebbe niente, sentiamo i poliziotti che stanno zitti e se la fanno addosso. Arrivati vicino al bar Magenta, che una volta ci ero venuto con un amico l’altra volta che ero stato a Milano, cominciamo a spaccare tutto. Io prendo a martellate il vetro di una BMW. Una di fianco a me ha un mattone che dà dentro ai finestrini di una Twingo. A me sembra esagerato. Il nostro giornalaio ha la Twingo, anche se non è verde come quella del mattone. Davanti hanno dato fuoco a due macchine, due belle macchinone grosse da ricchi. E intanto stanno spaccando una banca. Milano è piena di banche, questo non ci avevo fatto caso l’altra volta. Io allora tiro fuori il mio spray e comincio la parte bella del mio lavoro. Vandalizzo i muri riempiendoli di scritte significative. Sul sito del Corriere che ho letto un’ora fa ci mancava poco che mi citassero.

“Prima dei momenti di maggior tensione, un gruppo di antagonisti ha imbrattato le vetrine della banca Intesa Sanpaolo all’angolo tra via De Amicis e piazza Resistenza Partigiana, dove è comparsa la scritta «Più cemento più debito»”

Io non so cosa provassero durante la Resistenza ma io mi ero eccitato. Non so, forse la violenza è una parte dell’animo umano, dovremmo imparare a tenerla a bada. La mia vescica sta per esplodere e penso che in quel disastro non c’è gesto più grande che pisciare addosso a un palazzo del potere. Lo faccio. Non so bene che palazzo sia ma è molto elegante. Mentre cerco il fiume dove gettare il martello, avvolto e protetto dal fumo provocato da una bomboletta tirata da uno dei nostri, sento le sirene fortissime e sto da dio. Vorrei telefonare ai miei genitori e dirglielo, a quegli stronzi. Ma poi decido che non voglio dargli la soddisfazione. Il martello l’ho buttato per terra non so dove perché mi sono perso. Mi viene fame. Devo stare nascosto perché anche se abbiamo buttato le divise nere, le telecamere ci avevano inquadrati e, con il riconoscimento a distanza, rischiamo di brutto. Anche per quello ho lasciato il telefonino nella tenda, sperando che non me lo freghino. Mi metto tra un’auto e l’altra e attendo il buio. Poi mi muovo, proprio come avevo progettato. Non avendo il telefonino che mi fa anche da navigatore non so dove sia la metropolitana più vicina quindi entro in una pizzeria a chiedere. Mi piace l’idea che non mi riconoscano, che non sappiano che sono stato io a mettere a ferro e a fuoco la città. Loro mangiano senza pensare, come le bestie. Io c’ho una fame della madonna. Mi indicano la metro più vicina e mi offrono un ombrello perché sono bagnato fradicio, perché nel frattempo ha cominciato a piovere di brutto. Tenetevelo. Passo davanti a un McDonald’s e penso che se avessi ancora il martello spaccherei tutto però penso anche che con 1 euro prendo un panino. Ma col cazzo che gli dò la soddisfazione, e mi metto a cercare un bar dove farmi un toast. Non ne trovo perché è il Primo Maggio ed è tutto chiuso (giustamente). Tornato alla base saluto i poliziotti che erano gli stessi che avevo visto stamattina quando ero andato a cagare e che stanno ancora lì fermi. Tutti i miei compagni di lotta sono nelle loro tende. Alcuni scopano. Forse qualcuno è stato beccato. La mia Quechua ha resistito al vento ma non all’acqua, però non c’è fango se lascio le scarpe fuori. Entro e mi metto nel sacco a pelo mentre mi mangio il Twix che mi ero portato da Castello. Guardo sul mio iPhone 4s comprato usato su eBay le notizie sul Corriere e poi il nostro blog segreto. Però ho sete. Non resisto. Esco. Vedo una fontanella e penso che non ho bisogno di nessuno, mi basto, e sono fortissimo. Sono salvo. Mentre cammino con i piedi nudi nel fango, stanco dopo la battaglia, odorante fumogeno, penso chemmerda una città dove non c’è neanche un fiume dove buttare una pistola. E poi penso che domani devo andare da Brico a prendere un martello se no mio padre come fa.

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La vita è una pizza

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Quando ero più giovane, tre quattro anni fa, ascoltavo un programma di  Matteo Caccia su Radio24, un giorno gli ho chiesto l’amicizia su facebook e da lì, com’è come non è, non sono morta, ma ho incontrato Stefano D’Andrea.

Mimesi e scherzi a parte, a quel tempo Stefano, sulla sua bacheca facebook, pubblicava a puntate un racconto che per me era abbastanza surreale e divertente, scritto bene e pure originale e da allora non ho mai smesso di seguirlo, soprattutto perché Stefano per me ha un gran pregio: è un ottimo comunicatore.

Quando ho scoperto che aveva scritto e pubblicato un libro sul sogno americano [1], avrei voluto comprarlo, ma a quei tempi non potevo permettermi nemmeno un bah, perciò non se ne fece nulla; poi un giorno, fra un trasloco e un cambiamento di vita (miei) inizia a scrivere di bambini (non suoi) e di progetti nuovi, qua…

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Fa’ la cosa giusta

di Stefano D’Andrea

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Un amico carissimo con cui condivido l’amore per il basket la buona musica e non solo, mi dice che gli sembra che io sia un po’ troppo indulgente verso gli Stati Uniti. Io sono un ultrà di quella cultura e lui quasi (ognuno sempre a proprio modo) ma il punto è che lui crede che io, nelle mie esternazioni facebookiane non sia sufficientemente attento ai problemi americani o che gli americani creano, mentre lo sono molto riguardo ad altri mondi e altre realtà.
Chiaramente è un problema personale e non di vera influenza sulla pubblica opinione, tuttavia mi ha spinto a ripensare se ciò non accadesse davvero, prima di tutto, dentro di me. E lo ringrazio per avermi costretto a chiedermelo.
Ho tratto la conclusione che quando prendo in giro quei quattro tagliagole dell’ISIS (è un esempio, potrei parlare di Kimvattelapesca o di qualsiasi altro fanatico e ultrapotente sparpagliato per il pianeta) lo faccio perché temo davvero per chi ne può essere vittima e, se non posso fare granché, posso almeno dire il mio schifo.
In America esiste un’antica tradizione di libertà di espressione e critica sociale e una gigantesca produzione letteraria, cinematografica e artistica capace di dar voce con grande forza ai più deboli. Non solo molto di più della Corea del Nord o del Pakistan ma molto più che in Italia. Se penso ad esempio ai film sul mondo delle carceri (in Italia forse tre e in USA un numero praticamente infinito, più le serie tv) mi vergogno un po’. Ecco perché non credo che ci sia bisogno di aiutare gli americani a difendersi da loro stessi, perché gli anticorpi che hanno loro sono infinitamente più forti di quanto noi pensiamo.
Senza usare Google ma solo la mia scarsa memoria, ho cercato di farmi venire in mente qualche film che trattasse alcuni dei tanti problemi che gli Stati Uniti hanno (il potere dell’informazione, la durezza della polizia, il razzismo, la pena di morte, l’invadenza nei conflitti mondiali) e ho recuperato titoli che sono stati tra i più visti e celebrati nella storia del cinema e della cultura, visti e discussi da decine o centinaia di milioni di persone lì e nel mondo, e quindi fonte di riflessione e cambiamento sociale. A caso: Orizzonti di gloria, Quarto potere, L’uomo di Alcatraz, I ragazzi del coro, Fragole e sangue, Serpico, Dottor Stranamore, Wall street, Fa’ la cosa giusta, Apocalypse now, Dead man walking, Bowling a columbine, Argo, Gran Torino

E sapete la cosa bella qual è? Che i registi, gli autori, gli artisti che raccontano i problemi del loro paese lo fanno perché lo amano e non perché lo odiano. Lo fanno da destra e da sinistra perché hanno un obiettivo comune che è il miglioramento.
Questo, tra le tante cose, invidio a loro.

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