Nel parcheggio

di Stefano D’Andrea

Nel parcheggio di un’anagrafe milanese dove ci sono anche una biblioteca, un’ASL e il comando locale dei vigili, un signore anziano su una macchina grigia targata AY (ma il resto non me lo ricordo) fa manovra, molto lentamente. Col paraurti posteriore urta una vettura nera parcheggiata nel posto degli handicappati. Un piccolo rumore e un piccolo bozzo con un piccolo pezzetto di vernice caduta. Con lo stesso andamento inesorabile l’anziano gira il muso verso l’uscita e va. Io e una signora di chiara nascita non europea ci guardiamo. Il cielo è grigio e l’aria è nebbia solida che se cammini ti bagni ma se stai fermo hai solo un po’ freddino. Io scendo dalla mia auto dove stavo ascoltando una rassegna stampa e mi dirigo verso l’interno della palazzina dove trovo due agenti ai quali dichiaro quello che ho visto. I due mi chiedono se ho preso la targa, io ho detto no, è un’auto grigia con un signore dai capelli bianchi e una targa che comincia per AY. Loro escono e guardano a destra e a sinistra. La signora di prima dice loro che ha visto un signore su un’auto colpire un’auto parcheggiata e poi piano piano andarsene. Le chiedono se ha visto la targa, lei dice di no e sorride, e chiede loro come mai non si sia fermato. Loro non lo sanno. Io risalgo sulla mia auto e ricomincio ad ascoltare la rassegna stampa. I vigili rientrano nel comando. La signora riprende il suo sacchetto della spesa da terra e si incammina lungo il marciapiede.
Sono un vigile urbano e lavoro a Milano ma sono nato a Tropea. Appena posso ci torno a riempirmi gli occhi di mare e di luce, il naso di profumi e la pancia di melanzane della rosticceria. A Milano mi trovo bene, ci sono tanti compaesani e non mi sento mai fuori posto. Lavoro in strada ma la mattina faccio un servizio di controllo in centrale, spesso insieme a una collega simpatica, di Legnano. Tante volte mi chiedono cose, perché ho la divisa. Io non posso aiutare quasi mai. Domani vado a cena con la mia collega.
Sono venezuelana e faccio le pulizie nella case. Non parlo bene l’italiano. Lo so perché mi fanno dire due volte la stessa cosa, perché la dico male. Gli unici che non me la fanno dire due volte sono quelli non italiani come me. L’italiano noi lo parliamo male, il nostro modo di parlare lo capiamo solo noi. Noi che non siamo italiani. Io per esempio la marocchina che fa le pulizie al numero 24 la capisco e lei capisce me. Veramente io faccio un po’ finta, ma il senso lo capisco sempre. Forse fa così anche lei. La mattina io vado a fare la spesa al mercato, perché ci vanno tutti. Per fortuna non ho la macchina.
Sono uno stronzo qualunque e a volte accompagno mio fratello a parlare con una psicologa, in consultorio, all’ASL. Mio fratello è grande ma a volte si comporta come se fosse piccolo, soprattutto a scuola. Lui dice che lo fa per ridere però il suo compagno di classe che si è ritrovato l’astuccio pieno di pipì non rideva.
Sono un vecchio, continuo a guidare la mia macchina perché è l’unica cosa che mi fa sentire ancora vivo, che mi fa venire voglia di essere ancora una persona, uno che non ha bisogno dell’aiuto degli altri per andare in bagno. A volte mi cadono le cose di mano e io piango mentre la gente non mi guarda. Quando sono al telefono con mio nipote lui parla veloce e non capisco bene cosa dice. Quando sono triste guardo la televisione ma poi spesso sono ancora più triste. Oggi sono andato all’anagrafe per fare un certificato, la coda non era lunga ma a un certo punto mi è venuta una fitta alla pancia che so che poi devo andare di corpo e anche se ho il pannolone devo tornare a casa, perché cagarmi addosso no, quando mi succederà mi butterò sotto un treno, lo giuro. Un treno delle Ferrovie Nord. Uno che va a Seveso – Meda.
Sono focomelico ma non mi cambierei con nessuno, soprattutto con certi colleghi che non sono focomelici ma sono sempre arrabbiati. Faccio i turni, quindi stamattina sono andato in biblioteca a prendere un cd, un giallo di Simenon letto ad alta voce. Me lo metto in cuffia nel mio lettore cd portatile che ho preso su Ebay e lo ascolto mentre verifico che i pezzi che mi passano quelli dell’altro reparto siano perfetti. Io faccio controllo qualità. Gli smartphone non mi piacciono. Stamattina ho trovato la macchina con un bozzo grosso così. Forse l’avevo parcheggiata male, ma non mi sembrava. Me ne sono accorto dopo che sono tornato a casa e ascoltavo Simenon.
La vita, in certe mattine, è una merda.

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Ragadi

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Una volta il mio amico Andrea ha avuto le ragadi. Si tratta di piccoli tagli dolorosi che si possono formare sui capezzoli, sulle mani o agli angoli della bocca. Ad Andrea le ragadi si sono formate nello sfintere anale. La cura per questo disturbo varia dal luogo dove esso insiste. Per quanto riguarda lo sfintere anale (che i più chiamano buco-del-culo ma che per comodità noi chiameremo sedere), dato che la causa del problema è una scarsa irrorazione sanguigna dovuta perlopiù a una situazione di ipertono muscolare (sedere molto stretto), la cura è rilassare e allargare la parte. L’operazione non deve essere traumatica e deve avere un’efficacia duratura. Le piccole ferite provocano molto disagio e non sono destinate a guarire per conto loro sia perché il sangue, che è il veicolo delle sostanze più curative che il corpo possa produrre, scorre poco in quella zona, appunto, sia perché quotidianamente la zona è interessata da almeno un evento traumatico rappresentato dal passaggio delle feci. Le ferite rimangono aperte e, vista la contiguità con materiale tossico, vanno disinfettate e medicate. Per consentire ai muscoli anali di rilassarsi e al sangue di tornare a circolare in maniera efficace nella zona, esiste una procedura che il paziente può gestire da solo e che, eseguita con pazienza e continuità, porta nel medio termine a una completa guarigione. Si tratta di infilarsi nel sedere un’ogiva di plastica detta Dilatan (una crasi che ricorda l’operazione di dilatare l’ano), e tenerlo in loco per circa mezz’ora, due o tre volte al giorno, a seconda della capacità di sopportazione del paziente. Andrea mi raccontava che per una decina di giorni lui è rimasto a casa sdraiato, cercando di decomprimere i muscoli del corpo, stando al caldo, evitando stress, e infilandosi il Dilatan nel sedere, tre volte al giorno. Il Dilatan ha una dimensione variabile e ogni confezione ne contiene tre, uno piccino (diciamo come il mignolo di una mano), poi uno medio e uno grandicello. Vanno usati in serie partendo dal meno invasivo, che apre la strada in un pertugio patologicamente stretto, in su fino al maggiore. Una volta che saranno trascorsi almeno tre giorni con il Dilatan Grande dentro al sedere per un’ora e mezza al giorno, secondo la letteratura scientifica le ragadi tenderanno a scomparire. Nei primi giorni di cura il problema del paziente è che la parte da trattare è dolente e il Dilatan Mignolo, per quanto piccolo, va a creare un trauma significativo. Ci sono due scuole di pensiero per affrontare questa reazione del corpo, che tra l’altro può rischiare di far contrarre i muscoli ancora di più, come accade sempre quando si percepisce un dolore acuto. L’uso della vaselina per limitare l’attrito è stato superato da due alternative. La prima scuola di pensiero suggerisce di coprire l’ogiva di Luan, pomata che contiene dell’anestetico locale e che viene venduta in farmacia soprattutto a chi fa mercato dei propri orifizi. La seconda scuola propone l’uso di un preparato galenico (da far produrre ad hoc) a base di nitroglicerina. Il principio aiuta la cicatrizzazione, rilassa la parte e ha un blando effetto antidolorifico locale; per converso causa sempre delle cefalee acute (e non va agitato). Le ragadi anali sono un disturbo molto istruttivo. Il mio amico Andrea quando affronta un periodo complicato, quando deve avere molta pazienza per poter sperare di raggiungere uno scopo e non sa come trovare la forza dentro di sé, quando deve fare buon viso a cattivo gioco o deve perseverare in qualcosa, senza troppo discutere, chiude gli occhi e si immedesima in se stesso di quel tempo in cui di fronte a un dolore di livello 7 su scala di10, dentro al sedere, allungava una mano dietro e si infilava un tubo di plastica nell’orifizio sanguinante, percependo il dolore arrivare a 9 su 10, e lo teneva lì con il dito medio appoggiato sulla testa che spuntava, combattendo la forza istintiva del corpo che cercava di espellere un oggetto estraneo che causava un dolore molto acuto. Il tutto per almeno mezz’ora, due o tre volte al giorno, senza proferire parola mai.
Questo un po’ lo aiuta.

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GM

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Gatto Morto Stellare

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La Gioia di ricevere in regalo il Gatto Morto

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